Carlo Goldoni
Le donne curiose

ATTO TERZO

SCENA ULTIMA

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SCENA ULTIMA

 

Brighella e detti.

 

BRIGH. Sior padron, son qua mi. Siori, son causa mi; le abbia la bontà de ascoltarme; se merito castigo, le me castiga, se merito premio, le fazza quel che le vol.

OTT. V'ho capito. Brighella le ha introdotte per disingannarle, perché non sospettino male di noi: è egli vero?

BRIGH. Signor sì, le ho introdotte per questo. Una diseva che qua se zoga, e se rovina le case; l'altra che vien donne cattive, e se maltratta la reputazion; una voleva che se fasse el lapis philosophorum; l'altra, che se cavasse un tesoro. Ste cosse in bocca delle donne le impeniva in poco tempo el paese, e per levarghele dalla testa, el dir no bastava, el criar giera gnente e no remediava. Bisognava sincerarle, bisognava che co i so occhi, colle so orecchie le vedesse, le sentisse, e le se cavasse dal cuor sta maledetta curiosità. Le ha visto, le ha sentìo, no le sospetterà più, no le sarà più curiose. Mi l'ho introdotte, mi l'ho fatto per ben, e spero che da sta mia invenzion ghe ne deriva del ben.

PANT. No so cossa dir. Ti t'ha tolto una libertà granda; ti ha disobbedio el mio comando; ti meriteressi che te cazzasse subito via de qua. Ma se xe vero che sincerade ste donne le abbia da lassar in pase i so omeni, e lassar in quiete sto nostro liogo, te perdono, te lodo, e te prometto un regalo.

BRIGH. Cosa disele, patrone, èle sincerade?

BEAT. Io non aveva bisogno di vedere, per assicurarmi della prudenza di mio marito.

OTT. Perché dunque siete venuta?

BEAT. Per contentare mia figlia.

FLOR. La signora Rosaura non mi crede?

ROS. Le male lingue mi facevano dubitare, ma io era certissima della vostra fede.

LEL. E voi, signora consorte carissima, l'avete voluto sostenere quel vostro indegnissimo lo saprò.

ELEON. Via, marito, non vi è più pericolo ch'io dica lo saprò.

LEL. Perché avete saputo.

COR. Cari signori, compatiteci: alfin siamo donne. Quel sentir a dire: dentro non possono andar le donne, è lo stesso che metterci in desiderio d'andarvi. E per me, se dicessero: in fondo d'un pozzo vi è una cosa che non si ha da sapere che cosa sia, mi farei calar giù sin alla gola, per cavarmi una tale curiosità.

PANT. La curiosità ve l'avè cavada. Seu contente?

ELEON. Per me son contentissima. Caro marito, non vi tormenterò più.

LEL. Se avrete giudizio, sarà meglio per voi.

BEAT. Siete in collera, signor Ottavio?

OTT. Niente, consorte mia, niente. Conosco il sesso, lo compatisco. Niente.

ROS. E voi, signor Florindo?

FLOR. Scordatevi de' miei trasporti, ch'io mi scorderò di ogni vostro vano sospetto.

OTT. Le mie chiavi come diavolo le avete avute?

COR. Niente, signore, con una chicchera di caffè.

OTT. Ah galeotta! Ora me ne ricordo. E voi che volevate ch'io mi levassi il vestito? (a Beatrice)

BEAT. Compatitemi.

PANT. Via, a monte tutto. Sarale più curiose?

BEAT. Non v'è pericolo.

ELEON. Io no, sicuro.

ROS. Né men io certamente.

COR. Oh, mai più curiosità, mai più.

PANT. Donca le se quieta, le se consola, e le vaga tutte a bon viazo. Qua no volemo donne. Le ha sentìo el perché. Le ne fazza sta grazia, le vaga via.

BEAT. Andiamo?

ELEON. Che dite, signora Rosaura?

ROS. Bisognerà andare.

PANT. Mo via, cossa fale che no le va?

COR. Io vi dirò, signore, muoiono di volontà di veder quel bel deser.

ELEON. Sì, e tutte quelle belle camere.

BEAT. Via, giacché ci siamo.

ROS. Questa volta, e non più.

PANT. Da resto po no le sarà più curiose. Andemo, sodisfemole, femoghe véder tutto. E po? no le sarà più curiose. Questo xe un mal, che dalla testa no gh'el podemo levar. Basta ben che de nu le sia sincerade, che el nostro modo de viver el sia giustificà, e che le ne lassa gòder in pase tra de nu, senza pettegolezzi, la nostra onoratissima conversazion. Amicizia.

TUTTI Amicizia, amicizia.

 

Fine della Commedia


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