Carlo Goldoni
I due gemelli veneziani

L’AUTORE A CHI LEGGE

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L’AUTORE A CHI LEGGE

 

Convien dire che io ami la Patria mia veramente, poiché, lontano da essa, tre anni dopo ch’io n’era partito, dovendo scrivere una Commedia, sul gusto della mia Nazione ho voluto scriverla.

In mezzo alla Toscana, in Pisa, dove la professione legale mi obbligava a parlare almeno nei Tribunali, comecché sia, la lingua Tosca, non mi sono dimenticato del mio dolce nativo linguaggio, e poiché non mi riusciva di poterlo continuamente parlare, mi ricreavo scrivendolo di quando in quando.

Dopo la Commedia della Donna di garbo, tre anni stetti in trattenimento con Bartolo, Baldo, il Farinaccio, il Claro, ecc. senza più addimesticarmi con la Comica Musa. Ma finalmente la lusinghiera che ella è, ha saputo tirarmi a sé nuovamente, e frutto fu della riaperta pratica nostra la Commedia dei Due Gemelli, da me scritta in quel tempo pel valorosissimo Cesare d’Arbes, che solito a recitare colla maschera di Pantalone, sostenne questa mirabilmente a viso scoperto.

L’argomento de’ due simili, sebbene maneggiato da tanti ne’ tempi addietro in tante fogge, mi è paruto atto a produr sempre nuove e non più immaginate Commedie. Quella di Plauto, intitolata i Menecmi, è la fonte universale donde tutti gli altri, che vennero poi, cavaron le loro. L’illustre Gio. Giorgio Trissino vicentino, gloria e splendor della Italia, per aver egli condotto il primo a calcare le nostre Scene il tragico coturno colla famosa sua Sofonisba, ha voluto ricondurvi anche il socco, trattando questo stesso argomento nella Commedia de’ Simillimi, nella quale imitò il gran latino scrittore, come se ne dichiara egli stesso al Cardinal Farnese scrivendo: laonde, dic’egli, avendo tolto una festiva invenzione da Plauto, vi ho mutati nomi, ed aggiuntevi persone, ed in qualche parte cambiato l’ordine, ed appresso introdottovi il Coro, e così avendola al modo mio racconcia, voglio mandarla con questo abito nuovo in luce.

Molto più del Trissino attaccato stette al maestro il facetissimo Firenzuola, che nella sua bella Commedia de’ Lucidi espresse appuntino di scena in iscena i sentimenti tutti e pensieri di Plauto, conservando della Commedia antica persino l’ordine stesso, cosicché se cambiati non vi avesse egli i nomi degli attori, e non vi avesse aggiunto un personaggio in di servo, ed adornatala in alcuni luoghi di giocondi sali e motti equivoci, la si potrebbe piuttosto denominare una semplice traduzione de’ Menecmi di Plauto, di quel che sia una nuova produzione del lepidissimo Fiorentino scrittore, il quale in qualche modo lo confessa nella licenza, con queste parole: Spettatori, non vi partite ancora. Stentate un poco, di grazia, che or ne viene il buono. La Commedia non è fornita, che i nostri Lucidi si voglion portare più da gentiluomini che i Menecmi di Plauto, e mostrare ch’egli hanno avuto molto miglior coscienza i giovani del d’oggi, che quelli del tempo antico, ecc.

Dopo di così illustri Scrittori dell’aureo secolo decimosesto, altri vari Italiani trattaron lo stesso soggetto nel susseguente; ed introducendo due somigliantissimi Gemelli, piantaron su questa perfetta rassomiglianza la loro azione, diversificandola da quella di Plauto bensì con vari accidenti ed equivoci; ma finalmente il fondo fu sempre lo stesso. Ne ho veduta una di Bernardino d’Azzi Aretino, intitolata le Due Francesche, stampata in Siena l’anno 1603. Altre due ne ho pur vedute del famoso Gio. Battista Andreini Fiorentino, tra’ comici detto Lelio, la prima stampata in Venezia nel 1620, e nominata la Turca; l’altra stampata in Parigi nel 1622, chiamata i Due Leli simili. Nelle quali tutte non è sennon variamente barattato il sesso tra i simili, dacché ne procede varietà di accidenti e di episodi.

Nei tempi a noi più vicini, qual uso poi non è stato fatto sulle nostre scene di questo argomento, e a’ nostri giorni medesimi? Dopo quella bellissima delle due Gemelle di Niccolò Amenta, si può quasi asserire non esservi accreditato Comico, il quale non abbia voluto dar saggi del proprio ingegno su questo soggetto; e se molti riusciron con lode, accadde anche sovente che impastricciandosi da’ Comici molte di esse Commedie insieme, ne furon formati dei mostri. Alcuni non si contentaron di introdurre una coppia di gemelli, che ne introdusser due coppie: quindi a’ nostri tempi si videro in una istessa Commedia due Leandri fratelli, e due Eularie sorelle simili; in un’altra due fratelli padroni simili e due fratelli servi simili, e si rappresenta ancora una Commedia intitolata i Quattro simili di Plauto, che certamente non si sarebbe mai sognato di farla quel grand’Autore.

Ho voluto farvi questa leggenda, perché veggiate che io so benissimo quanto rancido è l’argomento della mia Commedia presente, e da quante diverse mani è stato trattato. Potete però coll’incontro delle Commedie allegatevi assicurarvi, che poco mi sono approfittato dell’altrui invenzioni. Io ho creduto di poter inalzare sul fondamento vecchio una fabbrica affatto nuova, e ciò mi venne in mente sull’osservazione da me fatta che in tutte le antiche pariglie i due Gemelli, oltre al doversi supporre somigliantissimi in tutto l’estrinseco della persona, il che è pur nella mia, sono rappresentati eziandio d’un somigliantissimo carattere, o certamente non guari diverso. Mi son però voluto provare a farli di carattere affatto differenti l’uno dall’altro, e dar loro nomi distinti. L’impresa mi venne agevolata dalla certa scienza ch’io aveva della straordinaria abilità del bravo Comico Cesare d’Arbes, nel fare il diverso Personaggio dello spiritoso e dello sciocco; ed ecco quel che mi ha condotto a scrivere questa Commedia.

Se io abbia colto nel punto propostomi, tocca a’ Lettori il deciderlo. Io non ardisco di sostenere in ogni sua menoma parte perfetta né questa mia opera, né nessun’altra; ma se devo giudicarne dall’universale applauso, con che fu essa ricevuta e in Venezia, e in Firenze, e in Mantova, e in altre Città dell’Italia, mi lusingo che nel suo tutto ella possa passare per buona; il che finalmente è quanto può mai pretendersi da uno scrittore ancora novello; da uno scrittore che non fu mai nell’impegno di far una o due sole Commedie; da uno scrittore, alla fine, che scrive per il Teatro, ch’è quanto a dire principalmente pel Popolo. Una cosa mi è certamente riuscita in questa Commedia, che non so a qual altro Comico Poeta sia mai riuscita. Per ben condurre al suo termine la mia azione, mi è convenuto far morire in iscena uno de’ due Gemelli, e la di lui morte, che difficilmente tollerata sarebbe in una Tragedia, non che in una Commedia, in questa mia non reca all’uditore tristezza alcuna; ma lo diverte per la sciocchezza ridicola, con cui va morendo il povero sventurato. Io non credo arrogante la mia franca asserzione, quando ricordomi delle risa da cui si smascellavano gli spettatori universalmente, sul momento delle sue agonie e de’ suoi ultimi respiri. Peraltro esser può che, in leggendola, il ridicolo che vi è non risalti tanto, quanto fece animato dalla grazia del valoroso Comico. Ma la Commedia è Poesia da rappresentarsi, e non è difetto suo che ella esiga, per riuscir perfettamente, de’ bravi Comici che la rappresentino, animando le parole col buon garbo d’un’azione confacevole; checché ne possan dir i severi Critici, egli è certo che tutti coloro i quali han veduto rappresentar la morte di Zanetto, han confessato esser ella uno de’ pezzi più ridicoli e nuovi della Commedia.


 


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