Carlo Goldoni
I due gemelli veneziani

ATTO PRIMO

SCENA QUINDICESIMA

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SCENA QUINDICESIMA

 

Zanetto, poi Lelio

 

Zanetto mesto e pensoso, senza parlare, toccandosi la guancia dello schiaffo.

 

LEL. Or siete solo. Ecco il tempo di cimentarvi. (a Zanetto da lui creduto Tonino)

ZAN. Servitor umilissimo.

LEL. Meno cerimonie e più fatti. Ponete mano.

ZAN. La man? Xe qua la man.

LEL. Che? Fate lo scimunito? Ponete mano alla spada.

ZAN. Alla spada?

LEL. Sì, alla spada.

ZAN. Mo perché?

LEL. Perché non soffre il coraggioso mio cuore, che fra l’eroiche gesta del suo valore si conti una perdita sola.

ZAN. De che paese xela, padron?

LEL. Io son romano. Perché?

ZAN. Perché no l’intendo gnente affatto.

LEL. Se non intendete me, intenderete il lucido lampo di questo ferro. (pone mano alla spada)

ZAN. Oe, zente, agiuto, el me vol mazzar. (grida forte)

LEL. Ma che! Fingete voi meco, per maggiormente deridermi? So che siete valoroso, ma in mio confronto cederebbe lo stesso Marte, se Giove di sua mano non mi disarmasse. Venite al cimento.

ZAN. (Prima un schiaffo e adesso la spada? Stago fresco come una riosa). (da sé)

LEL. Animo, dico, rispondete all’invito. (gli una piattonata)

ZAN. Aseo29!

LEL. O difendetevi, o vi passo il petto. (in atto di ferirlo)

 

 

 





p. -
29 Aseo! Aceto! esclamazione di sorpresa.



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