Carlo Goldoni
I due gemelli veneziani

ATTO PRIMO

SCENA SEDICESIMA

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SCENA SEDICESIMA

 

Florindo e detti.

 

FLOR. (Colla spada alla mano) Eccomi in difesa dell’amico. A me volgete quel ferro.

LEL. Colui è un vile, è un codardo. (a Florindo, intendendo parlare del creduto Tonino)

ZAN. Sior sì, el dise la verità. (a Florindo)

FLOR. Mentite, egli è un uom valoroso. (a Lelio)

ZAN. (Sto sior me cognosse poco). (da sé)

LEL. Perché dunque meco non si cimenta?

ZAN. (Perché gh’ho paura). (da sé)

FLOR. Perché più non si degna di combatter con voi.

ZAN. (Che matto che xe costù). (da sé)

FLOR. Ma comunque sia, meco avete da cimentarvi. (a Lelio)

LEL. Eccomi, non temo né di voi, né di cento. (si battono)

ZAN. Bravi, pulito, animo, dei, sbusèlo30.

FLOR. Ecco atterrato il superbo. (Lelio cade)

LEL. Sorte crudele, nemica de valorosi!

FLOR. La tua vita è nelle mie mani.

ZAN. Siben, mazzèlo. Ficheghela quella cantinella in tel corbame31.

FLOR. Non sarebbe azione da cavaliere.

ZAN. Gierela azion da cavalier la soa, quando el me voleva sbusar?

FLOR. Ma voi l’altra volta non rimproveraste colui, perché mi minacciò la morte, mentre era caduto?

ZAN. Eh, che matto. Dei, mazzèlo.

FLOR. No: vivi, e riconosci da me la vita. (a Lelio)

LEL. Voi siete degno di starmi a fronte; ma colui è un vigliacco, un poltrone. (parte)

 

 

 





p. -
30 Dei, dategli. Sbusèlo, bucatelo.



31 Ficheghela quella cantinella in tel corbame, cacciategli quella spada nel ventre.



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