Carlo Goldoni
I due gemelli veneziani

ATTO TERZO

SCENA UNDICESIMA

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SCENA UNDICESIMA

 

Zanetto, poi Rosaura alla finestra della sua casa.

 

ZAN. Sto amor, sto amor el xe una gran cossa. Subito che ho visto siora Rosaura, m’ho sentio a rostir co fa una brisiola93. No posso star se no la vedo, se no ghe parlo. Voggio andarla a trovar, e veder se podemo concluder sto matrimonio. (batte all’uscio di casa)

ROS. Signor Zanetto, la riverisco. (venendo alla finestra)

ZAN. Oh, patrona bella. Vorla che vegna su?

ROS. No, signore, mio padre non vuole.

ZAN. Mo perché?

ROS. Acciò lei non dica ch’egli mi fa il mezzano.

ZAN. Come vorla che diga sto sproposito? No avemio da esser mario e muggier?

ROS. Almeno mio padre mi ha fatta veder la scrittura.

ZAN. Giusto, la scrittura che ho fatto mi.

ROS. L’avete fatta voi, e poi mi avete detto che non vi era trattato di matrimonio?

ZAN. Mi no diseva de matrimonio. Diseva che fessimo subito quel che ghavevimo da far.

ROS. Io non vi so intender. Ora mi sembrate troppo sciocco, ora troppo accorto.

ZAN. E via, la lassa che vegna su. Cossa vorla? che me storza el collo?

ROS. Eh, di sopra poi non si viene.

ZAN. Donca la vegna zo ella.

ROS. Peggio. Farei una cosa bella a venir sopra la strada!

ZAN. La vuol donca che muora?

ROS. Poverino! Certamente che la passione vi farebbe morire.

ZAN. No la crede? Lontan da ella, son come el pesce fuora dell’acqua. Smanio, deliro per vegnirmeghe a buttar in sen: se no la me agiuta, se no la me una man, darò un crepo94 davanti ai so occhi: cascherò sbasìo95 su sta porta, per lassarme cusinar96 in tel fogo della so crudeltae.

ROS. Che spiritosi concetti! Fatemi sentir qualch’altra bella cosa.

ZAN. Cossa vorla sentir, a star ella suso e mi qua? Se la vol sentir qualcossa de bello, o la vegna zoso, o la lassa che vegna suso, che me impegno de farme onor.

ROS. Ma non potete farvi onore anche in qualche distanza?

ZAN. Oh, la me perdona. Mi lontan no so far gnente.

ROS. Ma che fareste se foste vicino?

ZAN. Farave... farave... a dirlo me vergogno. Se la se contenta, el canterò in t’una canzonetta.

ROS. L’ascolterò molto volentieri.

ZAN. Se mi ve fusse arente, (canta)

Mio caro bel visin,

Voria da quel bochin

Robar qualcossa.

Se fusse dove ,

Voria... se m’intendè,

Ma el diavolo no vol

Che far lo possa.

Se fusse in vicinanza

De vu, caro mio ben,

Voria da quel bel sen

Qualche ristoro.

Za so che me capì.

Voria... disè de sì.

Lassè che vegna su,

Se no mi muoro.

Mo via, no siè tirana,

No me fe star più qua.

Voria butarme

Do orete sole.

Spiegar tuto el mio cuor

Voria... ma gh’ho rossor.

A bon intendidor

Poche parole.

ROS. Bravo. Evviva.

ZAN. Ala sentio? Se la vol, son qua.

ROS. Ma vorrei che mi spiegaste una cosa che non intendo. Voi mi fate due figure affatto contrarie. Ora mi sembrate uno scimunito, ora un giovine spiritoso; ora sfacciato, ora prudente. Che vuol dire in voi questa mutazione?

ZAN. No so gnanca mi, segondo che me bisega97 in tel cuor quel certo no so che... Per esempio, se quei occhietti... perché se podesse... Siora sì, giusto cussì.

ROS. Ecco qui, ora mi avete fatto un discorso da sciocco.

ZAN. E pur drento de mi m’intendo, ma no me so spiegar. La vegna zoso, che me spiegherò meggio.

ROS. Sapete cosa io comprendo da questo vostro modo di parlare? Che fingete meco, e che punto non mi amate.

 

 

 





p. -
93 Brisiola, bragiuola, pezzo di carne d’arrostirsi alla graticola.



94 Un crepo, uno scoppio.



95 Sbasìo, morto.



96 Cusinar, cuocere.



97 Bisegare, frugare.



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