Carlo Goldoni
I due gemelli veneziani

ATTO TERZO

SCENA VENTIDUESIMA

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SCENA VENTIDUESIMA

 

Pancrazio, poi Zanetto

 

PANC. Ecco precipitata ogni mia speranza. Il Dottore la vuol dar per forza a quel veneziano. Ed io, misero, che farò? Non ardisco palesare la mia passione, perché perderei il credito di uomo da bene, e perderei la miglior entrata ch’io m’abbia. S’ella si sposa a costui, la condurrà seco a Bergamo, e mai più la vedrò. Ah, questo non sarà mai vero. All’ultimo farò qualche bestialità. Mi leverò la maschera e mi farò anche conoscere per quel che sono, prima di perder Rosaura, che amo sopra tutte le cose di questa terra.

ZAN. Sior Pancrazio, son desperà.

PANC. La morte è la consolazione de’ disperati.

ZAN. Crepo de voggia de maridarme, e nissuna me vol. Tutte le donne le me strapazza: tutte le me maltratta e le me manda via, come se fusse un can, una bestia, un aseno. Sior Pancrazio, son desperà, no posso più.

PANC. Ma! se aveste fatto a mio modo, non vi trovereste in questo miserabile stato.

ZAN. Pazenzia! ghavè rason. Vorave scampar dalle donne, e no posso. Me sento tirar per forza, giusto come un sion109 che tira l’acqua per aria.

PANC. Ma voi non siete per il matrimonio.

ZAN. Mo perché?

PANC. Conosco, e so di certo, che se voi vi ammogliate, sarete l’uomo più infelice e più misero della terra.

ZAN. Donca cossa ghoggio da far?

PANC. Lasciar le donne.

ZAN. Mo se no posso.

PANC. Fate a mio modo, partite subito da questa città, ritornate al vostro paese, e liberatevi da questa pena.

ZAN. Sarà sempre per mi l’istesso. Anca le donne de Bergamo e de Val Brambana le me burla e le me strapazza.

PANC. Dunque, che volete fare?

ZAN. No so gnanca mi, son desperà.

PANC. S’io fossi come voi, sapete che cosa farei?

ZAN. Cossa faressi?

PANC. Mi darei la morte da me medesimo.

ZAN. La morte? Disème, caro sior, no ghe saria mo un altro remedio senza la morte?

PANC. E che rimedio vi può essere per guarire il vostro male?

ZAN. Vu, che un omo tanto virtuoso, no ghaveressi un secreto da farme andar via sta maledetta voggia de matrimonio?

PANC. V’ho inteso. (Eccolo da sé nella rete). (da sé) Voi mi fate tanta compassione, che quasi vorrei per amor vostro privarmi d’una porzione d’un rarissimo e prezioso tesoro ch’io solo possiedo, e che custodisco con la maggior segretezza. Io l’ho lo specifico da voi desiderato, e sempre lo porto meco per tutto quello che accadere mi può. Anch’io nella mia gioventù mi sentivo tormentato da questa peste d’importuno solletico, e guai a me se non avessi avuta questa polvere in questo scatolino rinchiusa. Con questa mi son liberato parecchie volte dai forti stimoli della concupiscenza, e replicando la dose ogni cinque anni, mi sono condotto libero da ogni pena amorosa, sino all’età in cui mi vedete. Una presa di questa polve può darvi la vita, può liberarvi da ogni tormento. Se la beveste nel vino, vi trovereste privo d’ogni passione, e mirando con indifferenza le donne, potreste, deridendole, vendicarvi de’ loro disprezzi. Anzi vi correranno dietro: ma voi non curandole colla virtù della mirabile polvere, le sprezzerete, e loro farete pagar a caro prezzo le ingiurie, colle quali vi hanno trattato sinora.

ZAN. Oh magari! Oh che gusto che ghaverave! Per amor del cielo, sior Pancrazio, per carità, deme un poco de quella polvere.

PANC. Ma... privarmi di questa polvere... costa troppo.

ZAN. Ve darò quanti bezzi che volè.

PANC. Orsù, per farvi vedere ch’io non sono interessato e che quando posso, giovo volentieri al mio prossimo, vi darò una presa di questa polvere. Voi la berrete nel vino, e sarete tosto sanato. Subito presa, vi sentirete della confusione per verità nello stomaco e vi parerà di morire, ma acquietato il tumulto, vi troverete un altro uomo, sarete contento e benedirete Pancrazio.

ZAN. Sior sì, sieu benedio. Dèmela, no me fe più penar.

PANC. (Il veleno datomi da Tiburzio fa appunto al caso per liberarmi da questo sciocco rivale). (da sé) Questa è la polvere, ma ci vorrebbe il vino. (gli mostra lo scatolino)

ZAN. Anderò a casa, e la beverò.

PANC. (Si potrebbe pentire). (da sé) No, no, aspettate ch’io vi porterò il bisognevole. (Mi fa pietà, ma per levarmi dinanzi l’ostacolo de’ miei amori, conviene privarlo di vita). (da sé, ed entra in casa del Dottore)

ZAN. In sta maniera no se pol viver. Co110 vedo una donna, me sento arder da cao a piè, e tutte le me minchiona, le me strapazza. Desgraziae! me vegnirè sotto, me correrè drio; e mi gnente, saldo. Faremo patta e pagai111. No vedo l’ora de far le mie vendette co quella cagna de Rosaura. Velo qua ch’el vien. Aveu portà el negozio?

PANC. (Torna con un bicchiere con vino) Ecco il vino. Mettetevi dentro la polvere.

ZAN. Cussì? (mette la polvere nel bicchiere di vino)

PANC. Bravo. Bevete. Ma avvertite di non dire ad alcuno ch’io vi abbia dato il segreto.

ZAN. No dubitè.

PANC. Animo.

ZAN. Son qua. Forte come una torre.

PANC. E se vi sentite male, soffrite.

ZAN. Soffrirò tutto.

PANC. Parto per non dar ombra di me; mentre, se si risapesse, ognuno mi tormenterebbe, perch’io gliene dessi.

ZAN. Ghavè rason.

PANC. Oh, quanto vogliam ridere con queste donne!

ZAN. Tutte drio de mi. E mi gnente.

PANC. Niente! Crudo come un leone.

ZAN. Pianzerale?

PANC. E come!

ZAN. E mi gnente!

PANC. Niente.

ZAN. Bevo.

PANC. Animo.

ZAN. Alla vostra salute. (beve mezzo bicchiere di vino)

PANC. (Il colpo è fatto). (da sé, e parte)

 

 

 





p. -
109 Sion, sione, voce lombarda, vale a dire, turbo vorticoso di più venti contrari.



110 Co, quando.



111 Patta e pagai, del pari.



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