Carlo Goldoni
I due gemelli veneziani

ATTO TERZO

SCENA VENTISEIESIMA

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SCENA VENTISEIESIMA

 

Tonino e detti, poi Arlecchino ed il Servo di Beatrice.

 

TON. Coss’è, siora Beatrice...

DOTT. Come? (si spaventa)

BRIGH. L’anima de sior Zanetto? (come sopra)

ROS. Non è morto!

BEAT. È vivo! (Tutti fanno atti di ammirazione, guardandosi l’un l’altro con qualche spavento)

ARL. (Esce col Servitore dall’osteria, vede Tonino, lo crede anch’egli Zanetto e si spaventa) Oh poveretto mi! Cossa vedio.

TON. Com’ela? Coss’è stà? Coss’è sti stupori, ste maraveggie?

DOTT. Signor Zanetto, è vivo?

TON. Per grazia del cielo.

DOTT. Ma poco fa non era qui in terra disteso in figura di morto?

TON. No xe vero gnente. Son vegnù in sto ponto.

BRIGH. Com elo sto negozio?

ARL. Adesso, adesso. (entra nell’osteria, poi ritorna subito) Oh bella! L’è mezzo morto e mezzo vivo. Salva, salva. (parte)

BRIGH. Vegno, vegno. (fa lo stesso che ha fatto Arlecchino) Oh che maraveggia! Drento morto, e fora vivo.

DOTT. Voglio veder anch’io. (fa lo stesso degli altri due) Signor Zanetto, colà dentro vi è un altro signor Zanetto.

TON. Zitto, patroni, zitto, che scoverziremo tutto. Lassè che vaga drento anca mi, e torno subito (entra nell’osteria)

ROS. Voglia il cielo che Zanetto sia vivo.

BEAT. Benché mi sia infedele, desidero ch’egli viva.

TON. (Torna dall’osteria sospeso e mesto) Ah pazenzia! L’ho visto tardi. L’ho cognossù troppo tardi. Quello che xe drento, e che xe morto, l’è Zanetto, mio fradello.

DOTT. E lei dunque chi è?

TON. . Mi son Tonin Bisognosi, fradello del povero Zanetto.

ROS. Che sento!

DOTT. Quale stravaganza è mai questa?

BEAT. Dunque siete il mio sposo. (a Tonino)

TON. Sì ben, son quello. Ma vu, perché strazzar la scrittura? Perché strapazzarme? Perché trattarme cussì?

BEAT. E voi perché rinunziarmi ad altri? Perché sugli occhi miei parlar d’amore colla signora Rosaura?

TON. Gnente, fia mia, gnente. Le somegianze tra mi e mio fradello ha causà tante stravaganze. Son vostro, mia, e tanto basta.

ROS. Ma, signor Zanetto, e la fede che a me avete data?

TON. Do no le posso sposar. E po mi no son Zanetto.

DOTT. O Zanetto, o Tonino, se non isdegnate di meco , potete sposar mia figlia. (Egli sarà ancora più ricco del fratello, per cagion dell’eredità). (da sé)

TON. Son qua, son pronto a sposar vostra fia.

DOTT. Datele dunque la mano.

TON. Ma dov’ela vostra fia?

DOTT. Eccola qui.

TON. Eh via, me maraveggio de vu. Questa no xe vostra fia.

DOTT. Come! Che cosa dite?

TON. Orsù, so tutto. So del pellegrin. So ogni cossa.

DOTT. Ah pettegola, disgraziata! (a Colombina)

COL. Ma io non so nulla, vedete...

TON. Diseme, sior Dottor, quella medaggia che ghavè trovà in te le fasse, la ghaveressi?

DOTT. (E di più sa ancora della medaglia?) (da sé) Una medaglia con due teste?

TON. Giusto: con do teste.

DOTT. Eccola, osservatela, è questa?

TON. Sì ben, l’è questa. (Fatta far da mio pare, quando che l’ha abù i do zemelli). (da sé)

DOTT. Già che il tutto è scoperto, confesso Rosaura non esser mia figlia, ma essere una bambina incognita, trovata da un pellegrino alle basse di Caldiera, fra Vicenza e Verona. Mi disse il pellegrino essere rimasta in terra, sola e abbandonata colà ancora in fasce, dopo che i masnadieri avevano svaligiati ed uccisi quelli che in cocchio la custodivano. Io lo pregai di lasciarmela, ei mi compiacque, e come mia propria figlia me l’ho sinora allevata.

TON. Questa xe Flaminia mia sorella; andando da Venezia a Val Brambana in Bergamasca la mia povera mare, per desiderio de veder Zanetto so fio, e con anemo de lassar sta putela a Stefanello mio barba, i xe stai assaltai alle basse de Caldiera, dove l’istessa mia mare e tutti della so compagnia xe stai sassinai, e ella, in grazia dell’età tenera, bisogna che i l’abbia lassada in vita.

ROS. Ora intendo l’amore che aveva per voi. Era effetto del sangue. (a Tonino)

TON. E per l’istessa rason anca mi ve voleva ben.

BEAT. Manco male che Tonino non può sposare la signora Rosaura.

FLOR. (Ora ho perduta ogni speranza sopra la signora Beatrice). (da sé)

TON. Adesso intendo l’equivoco della scrittura e delle finezze che m’avè fatto. (a Rosaura) E mi aveva tolto in sinistro concetto el povero sior Dottor. (al Dottore)

DOTT. Ah, voi m’avete rovinato!

TON. Mo perché?

DOTT. Sappiate che da un mio fratello mi fu lasciata una pingue eredità di trenta mila ducati, in qualità di commissario e tutore di una bambina, chiamata Rosaura, unico frutto del mio matrimonio. La bambina è morta ed io perdeva l’eredità, poiché nel caso della di lei morte, il testamento sostituiva nell’eredità stessa un mio nipote. Mancata la figlia, per non perdere un patrimonioricco, pensai di supporre alla morta Rosaura un’altra fanciulla: opportunamente mi venne questa alle mani, e coll’aiuto della balia, madre di Colombina, mi riuscì agevole il cambio. Ora, scoperto il disegno, non tarderà mio nipote a spogliarmi dell’eredità ed a voler ragione de’ frutti sino ad ora malamente percetti.

TON. Ma chi xelo sto vostro nevodo?

DOTT. Un certo Lelio, figlio d’una sorella del testatore e mia.

TON. Elo quel sior cargadura, che dise d’esser conte e marchese?

DOTT. Appunto quegli.

TON. Ve lo qua che el vien. Lassè far a mi, e no ve dubitè gnente.

 

 

 


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