Carlo Goldoni
L'erede fortunata

ATTO PRIMO

SCENA TREDICESIMA

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SCENA TREDICESIMA

 

Strada.

 

Florindo e Trastullo

 

FLOR. Che ne dici, Trastullo, dell’enorme ingiustizia fattami dal fu Petronio mio zio?

TRAST. Dico che ha fatto male, perché finalmente ella è figlio di una sua sorella, e non l’aveva da privare dell’eredità.

FLOR. In quanto all’eredità mi spiace, è vero, ma non è il massimo de’ miei dispiaceri. Quel che mi sta sul cuore, è il dover perder Rosaura.

TRAST. Ma la signora Rosaura corrisponde all’amore di vossignoria?

FLOR. Io veramente non ho avuto mai campo di dichiararmi con mia cugina, vivente mio zio, perché egli mi vedea di mal occhio; ma da qualche incontro accaduto fra lei e me, spero non esserle indifferente.

TRAST. È una cattiva cosa il far all’amore da sé solo, quando uno non è sicuro della corrispondenza.

FLOR. Quel vecchio di Pancrazio ci ha assassinati: ha sedotto mio zio, e gli ha rapito la figlia e l’eredità; ma il signor Dottore lo metterà in rovina con i rigiri forensi; ed io, quand’altro non riesca, con un colpo gli leverò l’eredità, la sposa e la vita.

TRAST. Mi perdoni, questi rimedi son troppo violenti; potrebbero precipitare non solo il signor Pancrazio, ma nell’istesso tempo vossignoria ancora. Finalmente il povero galantuomo ha procurato il suo interesse...

FLOR. Come? Tu difendi Pancrazio? Ancora hai della passione per questo tuo antico padrone? Se così è, vattene dal mio servizio.

TRAST. Io non ho veruna passione per il signor Pancrazio, parlo per vossignoria, che non vorrei vederla precipitare, e senza frutto. Che cosa le gioverebbe il far di tutto per conseguire la signora Rosaura, quando poi ella non acconsentisse ad esser sua consorte?

FLOR. Perché ha da ricusarmi? Ho io difetti tali che meritino una repulsa?

TRAST. Non dico questo, ma ella sa che cosa sono le donne capricciose e bizzarre. Vedendo che per averla vossignoria usa delle violenze, si potrebbe ostinare, e dire non lo voglio.

FLOR. Dunque che mi consigli di fare?

TRAST. Io direi che ella procurasse di parlare con la signora Rosaura, assicurarsi del suo affetto, e poi penseremo al rimanente.

FLOR. Non mi dispiace; se le parlo, son sicuro di persuaderla. Le porrò in vista il ridicoloso matrimonio che ella è per fare con quel vecchio di Pancrazio; le proporrò un più felice imeneo, e spero tirarla dal mio partito.

TRAST. Così va bene. Questo si chiama operare con giudizio.

FLOR. Ora pensar conviene al modo di poterle parlare.

TRAST. Bisognerà aspettare qualche congiuntura.

FLOR. Non vi è tempo da perdere. Se non le parlo stanotte, è inutile che più ci pensi.

TRAST. Stanotte? Come vuole ella fare?

FLOR. Tu sei pratico della casa, tu sei amico d’Arlecchino. Fiammetta è tua sorella: o in un modo, o nell’altro, mi puoi introdurre.

TRAST. Ma non vorrei che nascesse per causa mia...

FLOR. Ho inteso; tu sei un uomo finto; tu tieni da Pancrazio. Tu m’inganni. Ma io non avrò bisogno di te. Opererò diversamente. Ucciderò quel vecchio, e mi libererò da un rivale.

TRAST. No, non lo faccia, per amor del cielo.

FLOR. O fammi parlar con Rosaura, o io farò delle pazze risoluzioni.

TRAST. Via, la voglio contentare. Arlecchino ha da essere mio cognato. Spero che mi farà questo servizio. Vedo aprir la porta. Si ritiri, e lasci operare a me.

FLOR. Opera a dovere, se ti preme la tua e la mia vita. (parte)

 

 

 


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