Carlo Goldoni
L'erede fortunata

ATTO TERZO

SCENA QUATTORDICESIMA

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SCENA QUATTORDICESIMA

 

Un notaro, Trastullo, Arlecchino con tre sacchetti di mille zecchini l’uno, ed altri che portano il tavolino con l’occorrente per iscrivere.

 

OTT. Rosaura, sarete mia?

ROS. Una perfida, un’infedele non è degna della vostra mano.

OTT. Compatitemi, per pietà.

PANC. Signor notaro, ha ella fatto la scrittura come abbiamo concertato col signor dottor Balanzoni?

NOT. Sì signore, ho fatto quanto basta.

PANC. Favorisca di leggerla.

NOT. Sono tuttavia d’accordo?

PANC. Sì signore, anche il signor Florindo acconsente.

NOT. Favoriscano dunque. Voi altri servirete per testimoni. Voi come vi chiamate? (a Trastullo)

TRAST. Trastullo Gamboni, quondam Ficchetto, per servirla.

NOT. (Scrive il nome di Trastullo) E voi? (ad Arlecchino)

ARL. Arlecchin Battocchio, ai so comandi.

NOT. Del quondam?

ARL. Sior?

NOT. Figlio del quondam?

ARL. Mi el sior quondam no lo cognosso.

NOT. Vostro padre è vivo o morto?

ARL. Mi no lo so, in verità.

NOT. Come non lo sapete?

ARL. Non lo so, perché mio padre non ho mai savudo chi el sia.

NOT. Siete illegittimo?

ARL. Sior no, son bergamasco.

NOT. Costui è un pazzo.

PANC. Lo lasci andare e ne prenda un altro.

ARL. Oh che nodaro ignorante! Nol sa gnanca scriver el me nome? Ghe digo che me chiamo Arlecchin Battocchio, el ghe va a metter quondam illegittimo.

NOT. Come vi chiamate voi? (ad un Servitore)

SERV. Titta Maglio, quondam Orazio.

NOT. (Scrive il nome del Servitore)

ARL. Cossa vuol dir quondam? (al Servitore)

SERV. Non lo so neppur io.

ARL. Mi ghe zogo, che no lo sa gnanca el nodaro.

NOT. Voi dunque sarete i testimoni di un contratto di rinuncia, che fanno questi signori a favore della signora Rosaura ecc.

Costituiti avanti di me notaro infrascritto, ed alla presenza degli infrascritti testimoni, l’eccellentissimo signor dottor Graziano Balanzoni, Dottor dell’una e dell’altra legge...

DOTT. Avvocato civile e criminale.

NOT. Ci s’intende.

DOTT. Favorisca di mettere i miei titoli.

NOT. La servo: avvocato civile e criminale (scrivendo) e l’illustrissimo signor Florindo Ardenti, come eredi sostituiti dal testamento del quondam signor Petronio Balanzoni, rogato negli atti miei, ecc. e considerando che se la signora Rosaura adempie la condizione testamentaria sposando il signor Pancrazio Aretusi, come era disposta e ad eseguire, perdono la speranza di conseguire parte veruna di detta eredità, però convenuti sono di ricevere per una volta solamente ducati diecimila veneziani da lire sei e soldi quattro per ducato, di ragione di detta eredità, lasciando in libertà la signora Rosaura di sposarsi a chi più le parrà e piacerà, per evitare che ella non facesse un matrimonio forzato, stante l’età decrepita del signor Pancrazio...

PANC. Questo decrepita è un poco troppo, signor notaro, bastava dire avanzata.

NOT. Stante l’età avanzata del signor Pancrazio, (correggendo) con il presente atto detti signori Balanzoni ed Ardenti rinunziando ad ogni qualunque benefizio che potessero per detta eredità conseguire; onde alla presenza di me notaro e testimoni infrascritti, il signor Pancrazio Aretusi sborsa e paga liberamente in tante monete d’oro di giusto peso alli signori Balanzoni ed Ardenti ducati diecimila...

FLOR. Dove sono?

PANC. Eccoli qua in tre sacchetti: due di mille zecchini, uno di ottocento diciotto, che fanno per appunto diecimila ducati.

FLOR. Bisogna riscontrarli.

DOTT. Via, via, li riscontreremo a casa. Li ho veduti io stesso sopra una tavola del signor Pancrazio, prima che fossero nei sacchetti. (Finiamola, avanti che si pubblichi il fallimento). (piano a Florindo) Trastullo, prendete quei tre sacchetti.

TRAST. La servo. (prende i tre sacchetti dalle mani di Arlecchino)

ARL. Cugnà, quando femio sto matrimonio?

TRAST. Ne parleremo poi.

NOT. Andiamo avanti, che oramai è finito. E col medesimo atto la signora Rosaura Balanzoni, stante l’assenso e rinunzia suddetta delli signori dottor Balanzoni, suo zio, e signor Florindo Ardenti, suo cugino, prenderà per suo legittimo sposo il signor Ottavio Aretusi qui presente ed accettante...

OTT. Rosaura, che dite voi?

ROS. Voi, che dite?

OTT. Son felice, se l’accordate.

ROS. Son contenta, se lo eseguite.

PANC. Oh! via, via, che siete ambedue cotti spolpati.

NOT. E ciò con assenso e consenso del signor Pancrazio Aretusi...

PANC. Sì, mi contento; non son decrepito, ma mi contento.

NOT. Per poi concluder le nozze in tempo opportuno...

OTT. Quanto dovremo noi differirle?

ROS. Attenderemo de’ nuovi ostacoli?

PANC. Via, quando è fatta, è fatta: datevi la mano.

OTT. Che dite, signora Rosaura?

ROS. Disponete di me.

OTT. Eccovi la mia destra.

ROS. Ed eccovi ancor la mia.

OTT. Cara, adorata Rosaura...

DOTT. E così! È finita? Abbiamo altro che fare? Possiamo andarcene? (Non vedo l’ora di portare a casa il denaro). (da sé)

NOT. Tutto è compito, se lor signori accordano quanto ho scritto, e lo confermano col giuramento, toccando in mano mia le scritture. (presenta a tutti le scritture; e giurano, toccando le medesime) Sono liberati dall’incomodo.

PANC. Signor notaro, ella metta l’instrumento nel protocollo, me ne faccia la copia, e sarà soddisfatto.

NOT. Domani sarò a riverirla. Servo di lor signori.

ARL. Servo suo, sior nodaro quondam.

NOT. Quondam che?

ARL. Quondam magnone. (parte)

NOT. E tu quondam asino. (parte)

FLOR. Noi ce ne possiamo andare.

DOTT. (Datemi quelle tre lettere). (piano a Florindo)

FLOR. (Eccole). (le al Dottore)

DOTT. (Voglio un po’ divertirmi). (da sé) Andiamo a casa, nipote, con i denari. Trastullo li porterà.

FLOR. Signori, vi sono schiavo. I diecimila ducati son nostri. Auguro agli sposi buona fortuna, ed al signor Pancrazio costanza e sofferenza nelle disgrazie. (parte)

TRAST. (Poveretto! Non sa niente. Non sa che questa volta la vipera si è rivoltata al ciarlatano). (da sé, parte coi danari)

PANC. Signor Dottore, se ella mi vuol favorire di bere quel sorbetto, che secondo la sua opinione non si sarebbe mai gelato, è venuto il tempo. Siamo di nozze.

DOTT. Caro signor Pancrazio, ho paura che le nozze vogliano esser magre.

PANC. Anzi ella vedrà, se saprò farmi onore.

DOTT. Ditemi, come vanno i vostri negozi?

PANC. Benissimo, per grazia del cielo.

DOTT. Come vanno gli affari di Parigi?

OTT. Come entrate voi, signore, nei nostri affari?

DOTT. Per zelo, per premura del vostro bene. (Poverino! non sa nulla). (da sé)

PANC. Osservi una lettera avuta questa mattina dai miei corrispondenti Cornelli e Duellon. Confessano aver di mio nelle lor mani trentamila franchi a mia disposizione. (mostra la lettera al Dottore)

DOTT. (Questa lettera è tutta all’opposto dell’altra). (da sé) E da Livorno, che nuove avete?

PANC. Osservi; sono arrivate in porto sane e salve le mie due navi provenienti da Lisbona, cariche per conto mio. (gli mostra l’altra lettera)

DOTT. (Oh diavolo!) E a Milano come va?

PANC. Ecco una lettera di Milano. Monsù Ribes, mio ministro...

DOTT. È fuggito.

PANC. Signor no, viene a Venezia per fare il bilancio, e mi porterà almeno diecimila scudi.

DOTT. (Io non lo so capire). (da sé) Eppure per la piazza si discorreva diversamente.

PANC. Chi vi ha dette tali fandonie?

DOTT. Me la ha dette Trastullo.

 

 

 


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