Carlo Goldoni
La figlia obbediente

ATTO PRIMO

SCENA SETTIMA

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SCENA SETTIMA

 

Altra camera di Pantalone.

 

Beatrice e Florindo, poi Pantalone

 

BEAT. Non viene mai questo signor Pantalone?

FLOR. Non avete inteso che cosa ha detto il servitore? Egli è colla signora Rosaura.

BEAT. Ella gli averà detto tutto; me ne dispiace infinitamente.

FLOR. Perché? Non lo ha da sapere?

BEAT. Voleva io essere la prima a dirglielo.

FLOR. Eccolo.

BEAT. Sentiremo, se sa ogni cosa.

PANT. (Oh diavolo! el xe qua; se savesse come far a schivarlo. No gh’ho cuor de parlarghe). (da sé)

FLOR. Servo del signor Pantalone.

PANT. Patroni reveriti.

BEAT. Eccolo qui il nostro signor Florindo. È tornato presto e con delle bellissime nuove.

PANT. Ala fatto bon viazo? (a Florindo)

FLOR. Buonissimo.

BEAT. Quando si va a nozze, si fa sempre buon viaggio.

PANT. Cossa fa so sior padre?

FLOR. Benissimo, grazie al cielo. M’impone di riverirvi.

BEAT. Il suo signor padre non vede l’ora che succeda...

PANT. Li portelo ben i so anni? (a Florindo)

FLOR. In verità, pare ringiovanito.

BEAT. E ora con questo matrimonio del figlio...

PANT. Vali ben i so negozi?

FLOR. La fortuna non lo abbandona.

BEAT. Via, dategli la lettera di vostro padre, e parliamo di quello che importa più.

FLOR. Ecco, signore, una lettera di mio padre.

PANT. Grazie. La vaniglia stanno xela assae cara?

FLOR. Carissima.

PANT. Caccao ghe ne xe?

FLOR. In abbondanza.

BEAT. Ma via, signor Pantalone, apra la lettera, legga e senta.

PANT. Ghe xe qualcossa per ella? Ghala qualche premura? (a Beatrice)

BEAT. Per me non vi è niente; ma per la signora Rosaura. Ella vi avrà pur detto...

PANT. Quanto ghala messo da Livorno a vegnir a Venezia?

FLOR. Tre giorni da Livorno a Bologna, e tre da Bologna a Venezia.

PANT. (Fusselo almanco vegnù un zorno prima). (da sé)

BEAT. (Certamente la signora Rosaura non gli ha parlato, egli non sa ancora niente). (da sé)

FLOR. Signore, se avrete la bontà di leggere quella lettera...

PANT. Conossela a Livorno un levantin, che i ghe dise Mustafà Sissia?

FLOR. Non lo conosco.

BEAT. (Mi sento che non posso più). (da sé)

FLOR. Sapete ch’io sono stato quasi sempre in Venezia, ed ora non mi son trattenuto in che cinque giorni.

BEAT. Tanto che ha ottenuto dal padre la permissione di prendere in moglie...

PANT. I dise che Livorno xe un bel paese.

FLOR. Piccolo, ma grazioso.

PANT. Gh’ho voggia de véderlo.

BEAT. Ma via, aprite quella lettera.

PANT. L’averzirò co vorrò, patrona.

BEAT. Se non la volete aprire, vi dirò che il padre del signor Florindo accorda...

PANT. Circa quel conto delle cere, che gh’ho mandà, cossa diselo so sior pare?

FLOR. Nella lettera troverete anche questo.

PANT. Benissimo, la lezerò.

BEAT. Perché non leggerla adesso?

PANT. Adesso no gh’ho i occhiali: la lezerò.

BEAT. Sappiate che il signor Florindo ha avuto la permissione...

PANT. Ala savesto de quel fallimento de Palermo?

FLOR. Ho sentito discorrerne.

PANT. So sior pare xelo restà al de sotto?

FLOR. Credo che in quella lettera parli ancora di questo. E parmi vi avvisi d’un altro fallimento di Livorno di un vostro corrispondente.

PANT. D’un mio corrispondente? (con alterazione)

BEAT. (Ora aprirà la lettera). (da sé)

PANT. Chi xelo sto mio corrispondente? (tira fuori gli occhiali)

BEAT. Vedete, se li avete gli occhiali? Leggete.

PANT. Ah! adesso m’arrecordo; gnente, gnente. I m’ha scritto. Gierimo del pari. (mette in tasca la lettera)

BEAT. (Che ti venga la rabbia!) (da sé)

FLOR. Signore, con vostra permissione...

PANT. Vorla andar via? La se comoda.

FLOR. Avrei da parlarvi.

PANT. Se vederermo, co la comanda.

BEAT. Deve parlarvi adesso.

PANT. Ma ella cossa ghìntrela?

BEAT. C’entro, perché la signora Rosaura...

PANT. Coss’è, cossa voleu? (verso la scena)

 

 

 


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