Carlo Goldoni
La figlia obbediente

ATTO TERZO

SCENA QUINTA

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SCENA QUINTA

 

Beatrice e detti.

 

BEAT. Come va, signor Pantalone?

PANT. Ah! siora Beatrice, son in t’un mar d’allegrezza. Rosaura xe rassegnada de cuor. La sposerà sior Ottavio, la lo farà volentiera. No la me vol véder a morir desperà...

BEAT. Brava Rosaura, me ne rallegro.

ROS. Sì, rallegratevi che ne avete ragione.

BEAT. Come! Non è forse vero?...

PANT. Siora sì, che xe vero. Cossa diseu?

ROS. Vero, verissimo. Caro signor padre non vi tormentate. Son allegra, son contenta, brillo, giubbilo. Son fuor di me stessa. (Oh Dio! Se non vado a piangere mi sento soffogar dal dolore). (da sé; parte)

PANT. Vegnì qua, dove andeu?

BEAT. Lasciatela andare, poverina; datele un poco di libertà.

PANT. Mo la gran bona putta! Mo la gran creatura ubbidiente!

BEAT. Vedete s’io sono una donna di garbo? Io l’ho ridotta a questa bella rassegnazione.

PANT. Ella l’ha ridotta?

BEAT. Sì, io le ho detto che, per amor di suo padre, si sforzi almeno a mostrarsi allegra e contenta.

PANT. Donca la s’ha sforzà? No la l’ha fatto de cuor? Adesso mo... (vuol andar da Rosaura)

BEAT. Fermatevi, farete qualche sproposito.

PANT. Vôi saver se la finze, o se la parla da senno.

BEAT. Non finge assolutamente, dice davvero.

PANT. Mo se la dise ella, che la l’ha conseggiada a sforzarse.

BEAT. Sì, a sforzarsi a superar la passione. L’ha superata; cosa volete di più? È rassegnata, è contenta; se anderete a stuzzicarla, farete peggio.

PANT. Cara siora Beatrice, xe un pezzo che ve cognosso, e gnancora no ve capisso.

BEAT. E pur son facile a farmi capire. Quel che ho in cuore, ho in bocca.

PANT. Sarò mi un allocco, che no la intende. Non ghe vôi più pensar; l’ora se va avanzando. Vago a dar i mi ordeni, e sta sera se farà tutto. Oh! Giove, Giove, dame grazia che mia fia sia contenta, che la diga la verità. (parte)

BEAT. Il signor Pantalone vorrebbe che Rosaura fosse contenta. Non è facile che sia contenta, quando perde un amante. (parte)

 

 

 


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