Carlo Goldoni
La figlia obbediente

ATTO TERZO

SCENA DODICESIMA

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SCENA DODICESIMA

 

Camera in casa di Pantalone, senza lumi.

 

Florindo ed il servitore di Beatrice.

 

FLOR. Dov’è la signora Beatrice?

SERV. La mia padrona è di sopra col signor Pantalone e colla signora Rosaura.

FLOR. Caro amico, fatemi il piacere: andate su dalla vostra padrona, tiratela in disparte, ditele ch’io son qui per una premura grandissima di parlarle, che la supplico di ascoltare una sola parola, che anderò via subito, s’ella viene, ma che, aspettandola soverchiamente, potrei venire scoperto. M’avete capito?

SERV. Sì, signore, ho capito e la servirò. Ma la prego di non dire alla mia padrona, che io ho introdotto a quest’ora vossignoria all’oscuro.

FLOR. Non dubitate; dirò che ho ritrovato l’uscio di strada aperto. Anzi tenete intanto questo zecchino, e poi domani ci rivedremo.

SERV. Obbligatissimo. (parte)

FLOR. Sì, voglio assicurarmi, se questa sera hanno a seguir le nozze; se ciò fia vero, intraprenderò la più violenta risoluzione per impedirle. Io sono un disperato, che cerca la vendetta o la morte. Morirà il mio rivale; e tutti quei pericoli e quei disagi, ai quali mi soggetterà forse il mio disperato amore, saranno effetti della crudeltà di Rosaura, mascherata sotto il titolo dell’obbedienza.

 

 

 


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