Carlo Goldoni
La finta ammalata

ATTO SECONDO

SCENA UNDICESIMA

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SCENA UNDICESIMA

 

Camera con varie sedie.

 

Pantalone dando mano a Rosaura, li tre medici e Tarquinio chirurgo.

 

PANT. Via, fia mia, séntete qua, e abbi un poco de pazenzia; sentimo cossa sa dir sti medici; se tratta della to salute.

ROS. Sì, sì, ascoltiamo tre medici; acciò, se mi fanno morire, non si sappia a chi dar la colpa.

PANT. No i xe qua per farte morir, ma per farte varir.

ROS. (Caro il mio medichetto! quello mi farebbe guarire!) (da sé)

PANT. Le resta servide, le se comoda. (tutti siedono)

ONES. Signor Tarquinio, qui non abbiamo caso di chirurgia.

TARQ. Può darsi che vi sia bisogno di sangue.

ONES. Se vi sarà bisogno di sangue, sarete chiamato.

TARQ. Come! Non posso star a sedere fra lor signori? Sono addottorato ancor io.

PANT. Signori, quella xe la mia povera putta ammalada. Le supplico de intender la qualità del so mal, e dir la so savia opinion.

ONES. Signori colleghi e padroni miei veneratissimi, a me, come medico attuale della signora, toccherebbe a far l’istoria del male, se quello che la molesta fosse mal fisico, e non piuttosto ideale. Tre sono gli effetti perniciosi prodotti dalla sua immaginazione: vigilia, inappetenza, oppression di cuore. Ella non può dormire, perché avendo impegnata la fantasia a pensare, escono continuamente dalla glandola pineale una quantità di spiriti, dai quali si mantengono dilatati i ventricoli del cervello; onde tutte le filature de’ nervi, che da essi derivano, sono tesi e agitati, e la macchina, pronta a ubbidire alle operazioni degli spiriti, si mantien vigilante. Ella non ha appetito, perché l’agitazione degli spiriti diffondendosi per tutta la diramazione dei nervi, agita violentemente la fibra, e ne produce un’imperfetta chilificazione, onde rimanendo aggravato il ventricolo da materie indigeste e viscose, ne proviene l’inappetenza. Ella patisce delle oppressioni di cuore, ma queste non sono certamente prodotte né dall’abbondanza del sangue, né da coaguli, né da vene anguste e molto meno da vene dilatate, poiché il polso regolare ci assicura non esservi alterazioni nei fluidi, né disordine alcuno nei solidi; onde convien dire, che la stessa forte immaginazione accrescendo il vigore a quelli spiriti che formano la virtù elastica delle arterie e del cuore, faccia sentir con le pressioni che si formano alle parti vitali, e impediscono per alcun poco il respiro. Ciò mi conferma a credere la facilità con cui ella passa dal riso al pianto, effetti appunto prodotti dai moti diversi delle viscere superiori, cioè dalla restrizione e dalla dilatazione de’ polmoni. Conchiudo pertanto, giudicando io il male di questa signora essere meramente ideale e non fisico, dipendente unicamente dalla immaginazione, non esservi nell’arte medica rimedio opportuno a rischiararle la fantasia; ma ciò doversi fare colla cognizione del motivo della sua fissazione, secondando le di lei brame, se sono oneste, o correggendole, se tali non sono. Rimettendomi al savio parere della loro esperimentata virtù.

ROS. (Caro il mio dottorino, ha conosciuto il mio male). (da sé)

PANT. (Sto sior dottor Onesti vuol che mia fia sia matta). (da sé)

BUON. Signor Malfatti, dica ella la sua opinione.

MERL. Per me, mi rimetto in tutto e per tutto al savio parere del dottor Onesti.

BUON. Se vi rimettete voi, non mi rimetto io.

TARQ. Badi bene, signor dottore, che l’oppression di cuore proverrà da sangue grosso, abbondante, coagulato.

BUON. Favorisca il polso. Ah! (fa cenni che va male) Signor dottor Merlino, sentite questo polso.

MERL. (Lo tasta) Ah! (dimena il capo)

BUON. Vi par che questo sia polso giusto? (toccando il polso a Rosaura)

MERL. Non mi pare. (toccando l’altro)

BUON. Vi par che sia polso uguale?

MERL. Oh, signor no.

BUON. Di polso stiamo male.

MERL. Malissimo.

ONES. (Diamine! Che abbia in un momento cambiati i polsi?) (da sé) Favorisca, signora Rosaura, che lo senta ancor io. (lo tasta) (Va bene, che non può andar meglio). (da sé) Signor dottor Merlino, senta meglio questo polso. Va benissimo.

MERL. È vero. Ora va benissimo.

ONES. Può essere più uguale?

MERL. Ugualissimo.

ONES. Senta, signor dottor Buonatesta.

BUON. L’ho sentito, e va male. Orsù, permettano, signori miei, che colle metodiche osservazioni possa io formare l’agnostico ed il prognostico di questo male. Dice Ippocrate: Si sufficerit medicus ad cognoscendum, sufficiet etiam ad curandum.

PANT. Oh bravo!

BUON. Signora mia, che nome avete?

ROS. Il mio nome non ha che fare col mio male.

BUON. Interim medicis nominum inquisitio omnino necessaria.

ONES. Perdoni, signor dottore. Intelligitur de nominibus rerum, non personarum.

MERL.  Sì, rerum, non personarum.

BUON. Siamo qui non per questionare, ma per medicare.

ONES. (E per dire degli spropositi). (da sé)

BUON. Quanti anni avete? (a Rosaura)

ROS. (Vuol sapere anche gli anni). (da sé) Ne ho venti.

PANT. No, fia mia, ti falli, i xe vintiquattro.

BUON. Siete allegra o malinconica?

ROS. Secondo le occasioni.

PANT. Ora la pianze, ora la ride.

BUON. Risus est species convulsionis, vel spasmi convulsivi. Proviene il riso involontario e smoderato a praecordium inflammatione. Bisogna rimediarvi; tutti quei mali che possono dinotare impegno di coagulo, sono nella categoria dei mortali. Bisogna rimediarvi.

MERL. Conviene rimediarvi.

TARQ. Se vi è impegno di coagulo, vi vuol sangue.

MERL. Certissimo. Vi vuol sangue.

ONES. Piano con questo sangue. La signora Rosaura non ha ingoiata l’erba sardonica, onde possa dirsi che il riso in essa sia prodotto da convulsione.

TARQ. Ora ride, ora piange.

BUON. Le lacrime, dette dai Greci dacrya, sono effetti patematici, provenienti dall’agitazione degli spiriti animali e dal sangue.

TARQ. Sangue, sangue.

MERL. Sì, sangue.

ONES. Le lacrime non sono che un umore escrementizio, sieroso e linfatico, ex oculorum glandulis prorumpens, per occasione di qualche tristezza o di qualche dolore; onde consolata che sia la persona, cessan le lacrime, giusta il trito assioma: remota causa, removetur effectus.

MERL. È vero: removetur effectus.

PANT. (Sto sior dottor Merlin accorda tutto). (da sé)

BUON. Avete appetito? (a Rosaura)

ROS. Signor no.

BUON. Conosco dalle vibrazioni del vostro polso esservi un’abbondanza di sangue, che altera la digestione. Bisogna rimediarvi.

MERL. Senza dubbio.

ONES. Mi perdonino; se si pretende arguire l’abbondanza del sangue dal polso, io dico e sostengo che il polso della signora Rosaura è naturale, giusto e sano, senza un minimo accidente che lo possa denotare alterato.

BUON. Questa è questione di fatto. Io dico esservi della effervescenza. (tasta il polso) Signor Malfatti, sentite.

MERL. Certo, vi è dell’effervescenza. (tastando)

ONES. Io dico che questo polso non può essere più naturale, e non so come il signor dottor Malfatti possa sostenere il contrario. Favorisca dirmi per mia istruzione, quali sono gli accidenti che denotano il polso effervescente?

MERL. Eh, che il polso è naturale, naturalissimo. (tastando)

ROS. (S’alza) Signori miei, sono annoiata di farmi toccare il polso. L’avete sentito tanto che basta; io non ne voglio più. Discorrete, consultate, ordinate quanto volete, non vi abbado e non vi credo.

ONES. (Come? non abbadate a nessuno?) (piano a Rosaura)

ROS. (Sì, abbado a voi, e se voi foste in caso di abbadare a me, forse forse staremmo bene tutti due). (piano all’Onesti, e parte)

 

 

 


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