Carlo Goldoni
La finta ammalata

ATTO TERZO

SCENA SEDICESIMA

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SCENA SEDICESIMA

 

Agapito e detti.

 

PANT. Sior Agapito, cossa ghaveu per mia fia? (forte)

AGAP. La pasta per i vescicanti.

PANT. E ella, sior dottor Onesti, no la fa gnente?

ONES. Uno ordina, quello sangue, questo vescicatori: che cosa dice la signora Rosaura? Prima di dire la mia opinione, ho piacere di sentir la sua.

BEAT. Signora Rosaura, mi date licenza che parli io per voi?

ROS. Sì, parlate voi; io non ho coraggio di farlo.

BEAT. Quand’è così, signori dottori, signori eccellentissimi, stracciate le vostre ricette. Rosaura non ha altro male che quello che ha detto il dottor Onesti. Un’amorosa passione l’opprime, la tormenta, l’affligge. Via, signora Rosaura fatevi animo, e confermate a vostro padre una tal verità.

ROS. Oh Dio! sono forzata a dirlo; mi conviene superare il rossore, per liberarmi non solo dal male che mi tormenta, ma dai medici che mi vanno perseguitando. Amo, sì, amo il dottor Onesti. Vederlo, amarlo e non ardir di spiegarmi, formava tutto il mio male. Che dite voi altri di polso, di crisi, di parossismi? Uno inventa, l’altro seconda. Voi che pretendete di fare col vostro sangue? Signor padre, ho scoperto il mio male, ecco il mio rimedio; avete promesso di non negarmelo. Se mi amate, se la mia salute vi preme, attendetemi la promessa.

LEL. (Ho inteso; getto via le gocciole d’Inghilterra). (da sé)

AGAP. Che cosa ha detto? (a Tarquinio)

TARQ. Son confuso.

AGAP. Che?

TARQ. Eh, non mi seccate.

PANT. Cossa séntio? Sior dottor Onesti, mia fia xe innamorada de ello?

ONES. Se questo è vero, persuadetevi che io non ne ho colpa veruna.

PANT. No pol esser, l’averè lusingada.

ONES. Signora Rosaura, parlate voi per la mia riputazione.

ROS. Giuro che mai gliel’ho detto, né mai gli ho dato indizi, dai quali immaginarselo egli potesse.

BEAT. Io me ne sono accorta. Oggi l’ho confidato al dottor Onesti, ed egli per fare un’azione da suo pari, non voleva venire mai più.

ONES. Ecco la ragione, per cui mi son fatto pregare a venir ora a vederla.

PANT. (L’è un omo savio e prudente). (da sé)

AGAP. Che cosa dicono? (a Merlino)

MERL. (Son incantato!) (da sé)

AGAP. Come?

MERL. Non mi rompete il capo.

PANT. Le ringrazio infinitamente delle so visite. Le ha sentìo el mal de mia fia; onde no gh’è più bisogno de lori. (ai medici)

BUON. Se vostra figlia è pazza, pazzi non siamo noi. Il polso non falla; il polso era intermittente, balzante e sintomatico. Ciò dinotava ristagno, coagulo, fissazione, la qual fissazione poteva essere prodotta o da una lipothimia, o da una sincope, idest solutio naturae. Ma sarà stata prodotta dall’orgasmo del cuore, dall’arresto del moto ai precordi, per l’impazienza del preconizzato connubio; onde si verifica l’aforismo d’Ippocrate: Experimentum fallax, et judicium vero difficile; ed è verissimo che i mali delle donne saepe saepius vocantur opprobrium medicorum. (parte)

MERLOpprobrium medicorum. (parte)

 

 

 


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