Carlo Goldoni
Il frappatore

ATTO SECONDO

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ATTO SECONDO

 

 

 

SCENA PRIMA

 

Sala nella locanda.

 

Eleonora ed Arlecchino

 

ELEON.

È così, ti dico; l’ho riconosciuto alla voce.

ARL.

Donca vostro marido l’è qua, in sta locanda?

ELEON.

Sì, pur troppo, per mia maggiore disperazione.

ARL.

Bella da galantomo! sì vegnuda a posta a cercarlo, l’avì trovà, e avì rabbia d’averlo trovà. Vualtre donne avì la testa come un libro, sempre se volta foggio, se trova sempre delle novità.

ELEON.

Le novità sono queste, che il perfido ha la compagnia di una donna.

ARL.

Pol esser che la sia la balia che l’ha lattà.

ELEON.

Ho sentito io dall’uscio qualche parola, ma parlavano piano, ed era la porta per di dentro così difesa, che non li ho potuti vedere in faccia.

ARL.

Chi sa che non abbiè tolto un ravano per una zucca.

ELEON.

No, non mi sono ingannata. La camera dove sono, è di di quest’altra. Va tu, Arlecchino, entravi con un pretesto. Vedi se vi è tuttavia mio marito, vedi se vi è la donna, e narrami s’ella è giovane, s’ella è vecchia; vedi di rilevar chi ella sia, acciocché io possa prendere le mie risoluzioni, senza mettere piede in fallo.

ARL.

Mi ve conseggio de aspettar che i vegna qua da so posta, senza andar in camera a precipitar.

ELEON.

Io non ho bisogno de’ tuoi consigli.

ARL.

Ho ben bisogno mi de non andar a farme romper el muso.

ELEON.

E di che cosa hai paura?

ARL.

Me recordo che son stà bastonà cinque volte; no voria che fessimo la mezza dozzena.

ELEON.

Vien gente, mi pare, da quella camera.

ARL.

Lassè che i vegna.

ELEON.

È mio marito. Non vo’ per ora ch’egli mi veda. (entra in una camera)

 

 

 


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