Carlo Goldoni
Il frappatore

ATTO TERZO

SCENA SESTA

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SCENA SESTA

 

Altra camera di Fabrizio.

 

Fabrizio e Tonino, poi il Servitore

 

FABR.

Orsù, signor Tonino, io ho ridotto le cose vostre in ottimo grado. Il signor Ottavio si è persuaso di ritirarsi dal vostro fianco e di lasciarvi in pienissima libertà. Voleva andarsene immediatamente, ma io l’ho impedito, perché prima desidero che facciate con lui i vostri conti.

TON.

Mi no so miga far conti. No so dir altro che un fia un, fa un; do fia do, fa quattro, e po basta; al tre no gharrivo.

FABR.

Pel conteggio vi assisterò io, basta che vediate se le partite camminano bene. Vi darà una nota, la leggerete...

TON.

Pian, pian. Bisogna che ve confessa una cossa.

FABR.

Che cosa?

TON.

So poco lezer.

FABR.

Ma come mai avete impiegati gli anni della fanciullezza e della più tenera gioventù?

TON.

Mio sior padre xe morto a bonora. Mia siora madre s’ha tornà a maridar. Mi son restà in te le man de mio barba, e lu el me fava star in campagna, solo, coi contadini, diese mesi dell’anno. Nol m’ha fatto studiar, non ho imparà gnente. Tutto quel che so, lo so per via del mio gran spirito, della mia bona testa. Ho imparà a cantar, a ballar, a far el poeta, cussì, senza che nissun m’insegna. Ho sempre avudo, siben che giera in campagna, delle massime da gran signor. Un fattor m’ha messo in testa de farme nobile. Avemo robà sie sacchi de gran a mio barba, avemo spartio el vadagno mezo per omo. Mi son andà a Torzelo a farme zentilomo, e lu li ha godesti co la so morosa.

FABR.

Una simile educazione non poteva riuscire diversamente. Basta, il mio buon core, portato a far del bene a chi può, mi consiglia a non abbandonarvi. Parmi che in voi vi possa essere un fondo buono, ed una docilità da poter sperare buon frutto.

TON.

Per mi, mettème lesso, mettème rosto, stago a tutto. Basta che me muggier, mi no cerco altro.

FABR.

Ve la darò, se avrete giudizio.

TON.

Ve digo e ve prometto che farò tutto quel che volè.

FABR.

Andiamo dal signor Ottavio, che di ci aspetta nella del mio negozio; terminiamo questa faccenda, e penseremo al resto.

TON.

Andemo pur dove che volè.

SERV.

Una signora, vestita da uomo, vorrebbe parlare con vossignoria. (a Fabrizio)

FABR.

E chi è costei?

SERV.

Non ha voluto dirlo. Dice che lo dirà a vossignoria.

FABR.

Qualche novità. Signor Tonino, andate di dal signor Ottavio...

TON.

Vegnì anca vu; se no, no ghe vago.

FABR.

Andate, di che avete paura?

TON.

El m’ha manazzà de darme delle peae, de farme metter in preson.

FABR.

Non dubitate; non vi è pericolo che ardisca più di dir niente. State sulla mia parola.

TON.

Anderò, per farve servizio; ma ve prego de vegnir presto. Co vedo sior Ottavio, se me giazza el sangue; col me varda, el me fa paura; e co me l’insonio la notte, me desmissio tremando. (parte)

 

 

 


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