Carlo Goldoni
Il giuocatore

ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

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ATTO PRIMO

 

 

 

SCENA PRIMA

 

Camera da giuoco nel casino

 

Florindo al tavolino da giuoco con lumi e carte, numerando denari; poi Brighella

 

FLOR. Chi è di ?

BRIGH. Illustrissimo.

FLOR. Che ora è?

BRIGH. Per dirghela, illustrissimo, me son indormenzà un pochetto, e no so che ora sia.

FLOR. Andate a vedere che ora è.

BRIGH. La servo. (Che bella vita! Da ieri a vintidò ore fina adesso, che l’è sentà al tavolin). (parte, poi torna)

FLOR. Cinquecento zecchini in una notte non è piccolo guadagno, ma poteva guadagnare assai più. Se teneva quel sette, quel maledetto sette, se lo teneva, era un gran colpo per me. Mi ha detto quel sette fra il dare e l’avere altri mille zecchini. Ho quel maledetto vizio di voler tenere i quartetti, e sempre li do, e sempre li pago. Ah, bisogna ch’io ascolti le suggestioni del cuore; quando li ho da tenere, mi sento proprio lo spirito che mi brilla nelle mani, e quando hanno a venir secondi, la mano mi trema; da qui avanti mi saprò regolare.

BRIGH. Sala che ora è? (torna di nuovo)

FLOR. Ebbene, che ora è?

BRIGH. L’è ora de smorzar i lumi, avrir le finestre, e gòder el sol.

FLOR. Come? È giorno?

BRIGH. Zorno chiaro, chiarissimo.

FLOR. Oh diavolo! Ho passata la notte senza che me ne sia accorto.

BRIGH. Mah, quando la va ben, se tira de longo senza abbadar all’ore.

FLOR. Oh maledetta la mia disgrazia!

BRIGH. Ala perso?

FLOR. Non ho perso. Ho vinto cinquecento zecchini, ma a che servono?

BRIGH. La ghe dise poco?

FLOR. Oh, se teneva un sette! Maledetto quel sette!

BRIGH. (Ecco qua, i zogadori no i se contenta mai. Se i perde i pianze, se i guadagna i se despera, perché no i ha guadagnà tutto quel che i voleva. Oh, che vita infelice l’è quella del zogador!) (da sé) Cossa vólela far? Un’altra volta.

FLOR. Oh, in quanto a questo poi, m’impegno che questi giuocatori li voglio spogliar tutti.

BRIGH. Lustrissimo patron, no bisogna fidarse tanto della fortuna.

FLOR. La fortuna mi vuol bene; fa a modo mio. Anche l’anno passato averò vinto altri mille zecchini.

BRIGH. Lo so ; e la me permetta che diga, che so anca che la i ha spesi presto.

FLOR. Benissimo, li ho spesi, e per questo? Denari vinti al giuoco si possono spendere allegramente.

BRIGH. Za, quando i se vadagna, i se spende allegramente, e po co se perde, bisogna pagar, e s’intacca la cassa.

FLOR. Oh via! Mi farete voi cattivo augurio? Sono un giuocator fortunato, ma sono anche un giuocatore che sa regolarsi, e vinco perché ho prudenza.

BRIGH. Ma quel maledetto sette?

FLOR. Oh quel sette, quel sette! Mai più tengo il sette.

BRIGH. E l’altro zorno, che i l’ha sbancada do volte, che ponto avevela contrario?

FLOR. L’altro giorno li avevo tutti contrari.

BRIGH. Vedela, che no bisogna fidarse tanto della fortuna.

FLOR. Oh, non mi state a seccare.

BRIGH. No parlo più per cent’anni.

FLOR. Tenete questi quattro zecchini, ve li dono per l’incomodo della notte.

BRIGH. Grazie a vusustrissima.

FLOR. Oggi voglio dar da desinare in casino.

BRIGH. La sarà servida.

FLOR. Ma voglio sia un desinare magnifico.

BRIGH. Per quante persone?

FLOR. Dieci, dodici, quattordici, e che so io.

BRIGH. Quanti piatti?

FLOR. Ora non ho volontà di discorrere, il sonno principia a molestarmi. Per oggi fate voi da maestro di casa; spendete senza riguardo, ch’io pagherò.

BRIGH. Benissimo, la lassa far a mi, che la sarà servida pulito.

FLOR. Ho guadagnato, posso spendere. Mandatemi il mio servitore Arlecchino.

BRIGH. El dorme.

FLOR. Svegliatelo, e fate che venga qui.

BRIGH. E quei denari li portela via?

FLOR. No; voglio meglio riscontrarli, e poi li consegnerò a voi. Mandatemi Arlecchino. (sbadiglia)

BRIGH. (El casca dal sonno. Nol pol più; el pol dormir quieto e senza travaggio, per el zogo el patisse. Oh che bella vita!) (da sé, parte)

 

 

 


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