Carlo Goldoni
La guerra

ATTO PRIMO

SCENA OTTAVA   Donna Aspasia, poi Florida

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SCENA OTTAVA

 

Donna Aspasia, poi Florida

 

ASP. Quando posso, mi piace di far del bene. Questa povera donna s'ingegna, e si vede, poverina, che è di buon cuore.

FLO. Ah donn'Aspasía, soccorretemi per carità.

ASP. Che avete, donna Florida, che vi vedo cosí agitata?

FLO. Non lo sapete, che ora si tien consiglio di guerra?

ASP. Che importa a me del consiglio di guerra? All'armata ne fanno continuamente, ed io non ho nemmeno curiosità di domandare di che si tratta.

FLO. Ah, si tratta presentemente dell'ultimo destino della mia patria, e della vita forse anco del povero mio genitore.

ASP. Avreste piacere che la piazza si difendesse, che i nostri perdessero, e che fossero tagliati a pezzi?

FLO. Non ho l'animo cosí crudele. Vorrei la pace, non l'eccidio delle persone.

ASP. Poverina! Il vostro cuore è diviso. Mezzo l'avete qui, e mezzo nella fortezza.

FLO. Voi mi rimproverate l'amore per don Faustino. È vero, amo questo giovane cavaliere. La divisa ch'ei porta di mio nemico, dovrebbe far ch'io l'odiassi; ma le adorabili sue qualità mi hanno penetrato, ad onta d'ogni difesa. Conto per mia fortuna, che il genitore vostro, commissario di guerra, prendendo in casa mia il suo quartiere, mi abbia resa men dura la carcere colla vostra amabile compagnia. Col mezzo vostro s'introdusse qui don Faustino. I suoi begli occhi, le sue dolci parole, la compassione che mi mostrò de' miei casi, in dieci giorni mi hanno assoggettato ad amarlo. Mi lusingava il crudele, non so se per deridermi, o per consolarmi, che la pace vicina avrebbe troncato il filo de' miei timori, e rivedendo libero il padre, avrei potuto sperare un amico alla patria nel mio piú tenero amante. Ma oh Dio! tutto al contrario. La guerra piú che mai inferocisce, la piazza è battuta, la breccia è aperta, e trattasi ora di volerla prendere per assalto. Tremo al pericolo di mio padre; tremo, ve lo confesso, per quello ancor dell'amante; e il cuore combattuto da due passioni prova in se stesso i fieri colpi delle due armate nemiche, e chiunque vinca, e chiunque perda, mi rende orribile niente meno e la perdita e la vittoria.

. Davvero vi compatisco. Non siete avvezza all'armata, e per ciò siete ancor suscettibile di ogni apprensione. Io che sono assuefatta da qualche tempo alla guerra, ho indurito il cuore per modo che piú non sento passione alcuna. Saranno morti in battaglia piú di cento uffiziali, che spasimavano per amor mio. Su le prime mi dispiaceva la perdita di qualcheduno, ora tanta specie mi fa sentir a dire: il tale è restato morto, come se mi dicessero, che ha perduto al gioco. In fatti la guerra non è altro che un gioco della fortuna. Salvo la direzione dei comandanti, e l'intrepidezza dei subalterni, in guerra viva la morte è un caso. Le cannonate, le archibusate, non si misurano: tocca a chi tocca. Può vivere il piú poltrone, e può morire il piú valoroso. Per questo, quando tratto cogli uffiziali che hanno d'andar a combattere, mi par di trattare con delle ombre: onde, senza aver passion per veruno, li tratto tutti egualmente; li lascio andare a combattere senza pena. Mi rallegro con chi ritorna, mi scordo di chi ci resta, scherzo coi vivi, e non mi rammarico degli estinti.

FLO. Felice voi, che ammaestrata dall'uso ed aiutata da un ottimo temperamento, sapete trattare con indifferenza le cose piú melanconiche e serie. Non so per altro, come sapreste esimervi dal cordoglio, se vedeste in pericolo vostro padre.

ASP. Veramente in questo caso non mi sono trovata mai, mentre noi andiamo alla guerra con tutto il nostro comodo, e senza arrischiar la pelle. Ma se mio padre fosse soldato, e morisse in battaglia, mi spiacerebbe assai meno di quello mi dolerebbe s'ei morisse di malattia sul suo letto. Finalmente una volta sola si muore, e i spasimi di un ammalato li credo piú dolorosi degl'incomodi di un soldato, e veder uno morire a poco a poco reca maggior rammarico che sentir a dire egli è morto.

FLO. Si conosce che la conversazione de' militari vi ha insegnato a pensare diversamente. Cosí non parlereste, se non aveste seguitata l'armata. Ed è vero, verissimo, che l'educazione contribuisce non poco a formar la mente ed il cuore. Sono anch'io figliuola di un capitan valoroso. Don Egidio mio padre nacque cadetto di sua famiglia, ed impiegossi nel militare. Morto il di lui fratello, rimase solo, fu obbligato a legarsi con una moglie, ma non per questo rinunziar volle all'esercizio dell'armi. Io fui l'unico frutto delle sue nozze, e fino all'età presente educata fui in un ritiro. Invasa questa provincia dalle vostre armi, fatto il mio genitore castellano della fortezza, pensò ad allontanarmi dal pericolo di un assedio, e mentre in questa casa medesima si disponeva per altra parte il mio accompagnamento, giunse improvvisa la vanguardia del vostro esercito. Mi lasciò sul momento l'intrepido, genitore, addio mi disse partendo, e andò a chiudersi alla difesa di quella piazza, che è al suo valore raccomandata. Vedete dunque, che tutto nuovo mi giunge ciò che alla guerra appartiene; e piú di tutto mi sta nell'animo il pericolo di mio padre, e vedendolo avvicinarsi, tremo a ragione, e non ho l'intrepidezza che voi vantate, né posso averla, e permettetemi ch'io lo dica, una figlia non dee sentirla; poiché a fronte dei vostri eroici divisamenti, la natura si scuote, l'amor ragiona, il sangue opera, e ogni dovere a tremare ed a rammaricarsi consiglia.

ASP. Io vorrei pure colle mie ragioni divertire dal vostro animo la tristezza. Ma vedo che non mi riesce... Oh via, donna Florida, grazie al cielo, se io non vaglio per consolarvi, viene ora chi potrà farlo meglio di me.

FLO. E chi viene?

ASP. Don Faustino.

FLO. Voglia il cielo ch'ei mi consoli con qualche lieta notizia. Oh, mi recasse don Faustino il lieto annunzio di pace!

 

 

 


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