Carlo Goldoni
La guerra

ATTO TERZO

SCENA SECONDA   Don Faustino e detta

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SCENA SECONDA

 

Don Faustino e detta

 

FAU. (Eccola qui, dolente al solito e lacrimosa. Oh cieli! ella mi ha fatto perdere quella ilarità, quella indifferenza, con cui soleva reggermi a fronte di qualunque destino).

FLO. Venisse alcuno almeno per informarmi. (s'alza) Chi è ?... (scopre don Faustino, e rimane confusa)

FAU. Signora, se chiedete un servo, eccolo ad obbedirvi.

FLO. Voi qui! senza dirmelo? senza parlare? Qual novella recate? qual fu l'esito dell'abboccamento sul campo?... Ah no, non mel dite; dall'insolita mestizia del vostro volto comprendo il mio infelice destino. Vuol guerra il mio genitore, e guerra piace al Generale nemico, e voi forse sotto i finti colori di una simulata mestizia, applaudite alle stragi, e vi disponete con giubbilo alla battaglia. Via, non fate forza a voi stesso. Trionfi la vostra virtú. Usate liberamente quella barbara filosofia, che vi fa essere lieto tanto coll'amor della figlia, quanto colla morte del padre: e se vi offende la mia tristezza, allontanatevi da quest'oggetto infelice. Seguite gli stimoli della vostra gloria, e risparmiatemi il crudo affanno di sentirmi vantare in faccia il vostro barbaro ed inumano coraggio.

FAU. Calmate, o cara, gli sdegni vostri; non m'ingiuriate, ch'io non lo merito. Pur troppo le vostre lagrime e i vostri amari trasporti hanno avvilito la mia costanza, e piú non riconosco me stesso. So che vi amo, ma so altresí che un uomo vile e codardo degno non può essere dell'amor vostro. Ma ho un inimico a fronte, che interessa le vostre cure, e non posso essere valoroso senza comparirvi crudele. Decidete voi, donna Florida, del mio destino. Piace a voi ch'io mi tolga la spada dal fianco, che la depositi a' piedi del Generale, che sottoscriva io medesimo il mio disonore, la mia viltà, e che mi esponga alle mormorazioni del campo, e senza poter rispondere agl'insultanti, soffrir io deggia i rimproveri, gli scherni, le derisioni? Mirate meglio lo stato mio; riflettete a quell'onorato carattere che mi fregia, compatite le dolorose mie circostanze, e se l'impegno, in che sono, non può meritare l'affetto vostro, sia degno almeno il mio cuore di pietà, di perdono. , cara, da voi lo spero, e a' vostri piedi con tenerezza e con fiducia lo chiedo. (s'inginocchia)

FLO. Oh dei! alzatevi.

FAU. Perdonatemi.

FLO. Alzatevi per carità.

 

 

 


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