Carlo Goldoni
La donna di testa debole

ATTO PRIMO

SCENA UNDICESIMA

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SCENA UNDICESIMA

 

Donna Violante, poi Don Fausto.

 

VIO. Son confusa da tante grazie, da tante lodi.

FAU. È permesso che possa anch'io riverirvi?

VIO. Credeva che più non veniste. È mezz'ora che mi avete fatta far l'imbasciata. Dove siete stato? da donna Elvira?

FAU. Non signora, mi sono un poco trattenuto nell'anticamera con Argentina.

VIO. Già, anche quella scioccherella trattiene l'anticamera; la manderò via.

FAU. Lasciatemi dire, signora; mi sono trattenuto, diceva, per non interrompere i complimenti di don Roberto e don Gismondo.

VIO. Non potete voi stare in conversazione con essi ancora?

FAU. Sì, ci posso stare; ma non lo desidero.

VIO. Vi sarà il suo perché.

FAU. Voi mi dispenserete di dirlo.

VIO. Don Fausto, parlatemi con sincerità, siete un poco geloso, non è egli vero?

FAU. Sapete voi di che son geloso? Del vostro buon nome, dell'onor vostro.

VIO. Di ciò vi son grata, e spero avrete occasione d'esser contento.

FAU. Credetemi, donna Violante, che mi pena, quando sento parlar di certe cose...

VIO. Non occorre farsi meraviglia di niente. L'invidia è lo spirito dominatore degl'ignoranti.

FAU. Io mi augurerei che foste oggetto d'invidia.

VIO. Oh, lo sono, ve l'assicuro. In oggi non è alla moda che le donne diansi allo studio; e se taluna, amando le lettere, si fa distinguere dalle altre, le si scatena contro l'invidia.

FAU. L'invidia non sarebbe niente. Mi fa paura la derisione.

VIO. Sì, anche la derisione. Ma di chi? degl'ignoranti: di quelli che, vergognandosi di non sapere, tentano di porre in ridicolo quelli che sanno.

FAU. Voi dite benissimo; ma quelli che veramente sanno, si burlano degl'ignoranti, e si consolano coll'approvazione dei dotti.

VIO. Così faccio io.

FAU. Cara donna Violante, non ci aduliamo.

VIO. Faccio così sicuramente. Io non abbado ai maligni. Mi contento di quelli che fanno applauso, non dirò alla mia virtù, ma alla mia inclinazione.

FAU. E chi sono questi, signora?

VIO. Ve ne potrei numerar più di venti. Ma ora, più recentemente degli altri, don Roberto e don Gismondo. Non si saziavano di dirmi di quelle cose che in verità mi fanno arrossire.

FAU. Li conoscete voi bene, signora, quei due valenti uomini che vi colmano di tante lodi?

VIO. Non volete ch'io li conosca? La vostra domanda sarà misteriosa.

FAU. Voi non conoscete che i loro volti; ma io conosco il loro carattere.

VIO. Spiegatevi; non vi capisco.

FAU. Sono adulatori.

VIO. Eh!... caro don Fausto! Sono vostri nemici.

FAU. Miei nemici? perché?

VIO. Voi non vorreste ch'io praticassi nessuno.

FAU. Perdonatemi. Non ho queste pretensioni.

VIO. Perché dunque perseguitate don Roberto e don Gismondo?

FAU. Io dico questo fra voi e me, che nessuno ci sente. Guardatevi, donna Violante, perché vi adulano.

VIO. Chi sente voi, io sono una sciocca che viene lodata per adulazione.

FAU. Compatite la mia sincerità. Vostro nipote non vi può insegnar cosa buona.

VIO. No? Perché?

FAU. Perché non ne sa nemmeno per lui.

VIO. Eppure l'esperienza prova in contrario.

FAU. Io di questa esperienza così avvantaggiosa non sono inteso.

VIO. Appunto vi aspettava con ansietà, per comunicarvi un primo frutto delle nostre lezioni. (tira fuori un foglio)

FAU. È qualche cosa che vi abbiano lodata quei due signori che erano qua da voi?

VIO. Sì per dire il vero, l'hanno ammirata.

FAU. Questo non basta per poter dir che sia buona.

VIO. Ma siete bene ostinato, o per dir meglio, sono bene io sfortunata con voi.

FAU. Signora, vi prego, non andate in collera.

VIO. Quando si tratta di me, posso sperare che tutti si contentino, fuori di voi.

FAU. Eppure, credetemi, niuno più di me vi rispetta e vi ama.

VIO. Bell'amore! contraddirmi sempre.

FAU. Questo è un effetto della mia sincerità...

VIO. E questa è un'insolenza che voi mi dite. Se mi contraddite per effetto di sincerità, dunque sono una bestia, che merita di essere contraddetta.

FAU. Ma! pur troppo è così. Chi non sa fingere, non sa regnare.

VIO. Oh! con me, chi finge, regna per poco. Sono ignorantissima, caro don Fausto, ma ho talento che basta per distinguere il vero dal falso.

FAU. Voi distinguerete dunque da quello degli altri il mio cuore.

VIO. Sì, lo conosco. Un cuore... così... un cuore fatto di carne.

FAU. Ah! non avete poi coraggio di dirne male.

VIO. Né voi potete dolervi di me. Non potrete dire ch'io non vi abbia sempre dati dei chiari segni della mia più tenera parzialità.

FAU. Ma il vostro confidente non sono io.

VIO. Perché non volete esserlo. (con alterezza)

FAU. Sarà come dite voi. Non voglio che il giustificarmi vi offenda.

VIO. Ecco qui. Io ho questa composizione che da tutti mi si vorrebbe rubare con ansietà dalle mani, e voi non vi curate nemmen di vederla.

FAU. Non mi avete fatto l'onore di comunicarmela.

VIO. E che? ho da pregarvi che la leggiate?

FAU. Se aveste piacere ch'io la leggessi, fareste con me quello che avete fatto cogli altri.

VIO. Se voi aveste caro di leggerla, me la chiedereste con un poco più di premura.

FAU. Via, signora, favoritemela.

VIO. Oh caro! che bella grazia! Favoritemela. Pare che me la chieda per farmi una carità.

FAU. No, ve la chiedo per grazia, per desiderio di leggerla, di goderla...

VIO. E di criticarla. (con caricatura)

FAU. Non permetterete ch'io vi dica il mio sentimento schietto e sincero?

VIO. Anzi; mi farete piacere.

FAU. Favorite. Non mi fate penare d'avvantaggio.

VIO. È una piccola cosa, sapete? un primo parto di poeta novella.

FAU. Sì, di poetessa novella. Son persuaso che abbia ad essere qualche cosarella che dia speranza in progresso.

VIO. Per altro, chi l'ha sentita, l'ha portata alle stelle.

FAU. La sentirò ancor io volontieri.

VIO. Eccola. Ma già non vi piacerà.

FAU. Parliamoci chiaro. Volete ch'io ve la lodi, o volete che vi dica la verità, come nell'animo mio l'intendo?

VIO. Se mi lodaste per complimento, tradireste voi stesso e la mia confidenza.

FAU. Oh bene, da vostra pari. Leggiamo e dunque, sentiamo. (legge)

Se il nuovo stil risuonante

(stringe i denti e si contorce)

VIO. Che c'è? vi vengono le convulsioni?

FAU. Niente signora, andiamo innanzi.

Di Partenope nostro

Partenope nostro? Partenope mascolino?

VIO. In verità, don Fausto, ne sapete quanto ne sa il mio paggio. Ora capisco che cosa voleva dire quello sciocco, quando si maravigliava del mascolino.

FAU. Ma il vostro paggio ne sa più assai di chi vi ha insegnato finora.

VIO. Oh, quest'è bella! Partenope non vuol dir Napoli? e Napoli sarà femminino?

FAU. Anche Napoli istesso vogliono i buoni autori che si accordi col femminino; Partenope molto più.

VIO. Tutti sono ignoranti, fuori di voi. (con disprezzo)

FAU. Tutti vi adulano, fuori di me.

VIO. Dunque l'ignorantaccia sono io sola.

FAU. Compatitemi, non dico questo...

VIO. Di peggio non si può dire di quello che avete detto.

FAU. Mi avete pur comandato di dire la verità.

VIO. Bisogna vedere se questa verità voi la conoscete.

FAU. Se poi non mi credete atto ad intendere, è superfluo che mi facciate leggere le cose vostre.

VIO. Date qui, insolente. (gli strappa di mano la carta)

FAU. Vi prego di perdonarmi...

VIO. In casa mia farete bene a non ci venire.

FAU. Pazienza. Io mi merito peggio.

VIO. Uomo incivile! Sì, ignorante. (parte)

 

 

 


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