Carlo Goldoni
La donna di testa debole

ATTO PRIMO

SCENA SEDICESIMA

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SCENA SEDICESIMA

 

Donna Violante, poi Don Pirolino.

 

VIO. Non vorrebbe ch'io coltivassi le lettere. Sarà difficile ch'io le abbandoni. Ci ho preso gusto, e vedo che ci profitto moltissimo. Ma ecco qui don Pirolino: ecco il mio erudito maestro; quello che mi fa comparire, che mi fa invidiare. Don Fausto non lo stima; ma don Fausto non conosce il merito.

PIR. Salve, domina zia.

VIO. Bravissimo. Che cosa vuol dire?

PIR. Vuol dire: saluto la signora zia.

VIO. Salve, domina zia: eccellente. Che linguaggio è?

PIR. Latino.

VIO. Latino?

PIR. Io parlo sempre latino. Anche colla serva.

VIO. Ma la serva non v'intenderà.

PIR. Che importa a me che m'intenda? Per esempio... Anche il mio maestro parlerà talvolta un'ora meco, senza ch'io intenda parola.

VIO. Nipote mio, siamo in un grand'impegno.

PIR. Lo sosterremo, basta che non sia colla spada, lo sosterremo.

VIO. I nostri versi sono stati barbaramente criticati.

PIR. Ho gusto. È segno che sono belli.

VIO. Pretendono che Partenope abbia da essere femminino.

PIR. Vi hanno detto il perché?

VIO. Non me l'hanno detto.

PIR. Quando vi diranno il perché, daremo loro la risposta.

VIO. Ditemi intanto voi il perché lo crediate essere mascolino.

PIR. Il mio perché è fondato sulla ragione.

VIO. Bravissimo. Qual è la ragione?

PIR. Eccola: colla dottrina alla mano. Tutti i nomi sono o mascolini, o femminini, o neutri. Questo non è né femminino, né neutro, dunque sarà mascolino.

VIO. Chi può rispondere a una ragionechiara? Quanto pagherei che ci fosse don Fausto.

PIR. Don Fausto dunque è stato il satirico criticante?

VIO. Sì, egli è stato il criticante.

PIR. Criticoneremo, satiriconeremo anche lui.

VIO. Perché non avete detto criticheremo, satiricheremo?

PIR. Perché criticonare e satiriconare sono verbi superlativi.

VIO. Oh, se ci fosse don Fausto!

PIR. Ma lasciamo ora da una parte la teorica, e veniamo alla pratica.

VIO. Cosa vuol dire in questo senso la pratica?

PIR. Vuol dire, signora zia, ch'io sono innamorato come una bestia.

VIO. Caro don Pirolino, non vorrei che l'amore vi facesse perdere l'attenzione allo studio. Sarebbe un peccato che si perdesse un uomo della vostra sorta; un uomo che sa perfino i superlativi dei verbi.

PIR. Tant'è, signora zia, fra l'amore e lo studio divengo sempre più magro.

VIO. Ma chi è l'oggetto de' vostri amori?

PIR. Indovinatelo.

VIO. Non mi avete ancora insegnata l'astrologia.

PIR. Ve la insegnerò. Ma voi mi avete a fare un altro servizio.

VIO. Comandate, nipote mio; per voi cosa non farei?

PIR. Che sono innamorato già ve l'ho detto.

VIO. Sì, l'ho inteso.

PIR. Cavatene la conseguenza.

VIO. Se non mi dite altro, non capisco.

PIR. Torniamo alla grammatica.

VIO. Oh, quanto pagherei di saper la grammatica!

PIR. Facciamo un latino della prima regola degli attivi. Ego amo iuvenem.

VIO. Amate un giovane?

PIR. No, diavolo! una giovane. Questa parola giovane può essere maschio o femmina.

VIO. Sì, sì, come Partenope. Quando verrà don Fausto! Voi amate una giovane.

PIR. Maxime.

VIO. Che dite?

PIR. Maxime vuol dir di sì.

VIO. Bravissimo. Anche questa l'ho imparata. E la giovane come si chiama?

PIR. Vocatur.

VIO. Vocatur?

PIR. Vocatur vuol dir si chiama. Non intendete?

VIO. Maxime.

PIR. Vocatur ergo.

VIO. Ergo?

PIR. Vocatur ergo: si chiama dunque; vocatur ergo: Elvira.

VIO. Mia cognata?

PIR. Ella di questo core ha il chiavistello.

VIO. Ma voi sputate perle. Parlerò col signor Pantalone.

PIR. Sì, fate ch'egli sia il mezzo termine per la conclusione.

VIO. Vado subito dal signor zio. Farò tutto per voi. V'attendo allo studio. Caro nipote, mi preme di smentire don Fausto. Quell'ergo, quel maxime, sono termini che lo faranno avvilire. (parte)

PIR. Qui bisogna che venghino quei bricconi de' miei compagni che nelle scuole mi burlano. Qui dico le belle cose, sputo sentenze e faccio latini a rotta di collo. Ciascuno ha il suo clima più favorevole. Gli altri compariscono nelle scuole, ed io nelle camere. (parte)



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