Carlo Goldoni
La donna di testa debole

ATTO SECONDO

SCENA DICIASSETTESIMA

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SCENA DICIASSETTESIMA

 

Donna Violante, Don Pirolino; poi Don Fausto, Don Roberto e Don Gismondo.

 

VIO. Colei mi ha posta in un qualche impegno.

PIR. Con una buona interpretazione si accomoda tutto.

ROB. Signora, di che potete voi lagnarvi di me?

VIO. Niente, don Roberto. Chi vi ha detto ch'io mi lagno di voi?

ROB. Me l'ha detto la vostra serva.

FAU. Per verità, don Roberto, gli uomini onesti non fanno satire, e molto meno ardiscono gli uomini savii di spedirle sfacciatamente alle persone che sono offese.

ROB. Io non intendo di che parliate.

VIO. (Cosa meriterebbe ora don Fausto?) (a don Pirolino)

PIR. (Una di quelle finezze che mi suol fare il maestro). (a donna Violante)

GIS. Parla don Fausto di quella lettera che voi avete spedita a donna Violante.

VIO. Una lettera con i più bei versi del mondo. Due stanze allegoriche, ch'io non avrei certamente inteso se don Pirolino non me le avesse spiegate.

FAU. Signora donna Violante, sentendo che siete stata regalata con due versi, vi supplico comunicarmeli.

VIO. Voi non lo meritate.

GIS. Posso io essere onorato, signora?

VIO. Caro don Gismondo, senza la chiave voi forse non intendereste il senso di questi versi allegorici.

ROB. E questa chiave chi l'ha?

VIO. Due sole persone: don Pirolino e voi. Don Pirolino, perché ha studiato di molto; voi, come autore.

ROB. Permettetemi dunque ch'io li legga.

VIO. Sì, teneteli pure; leggeteli a questi signori che bramano di sentirli; e dove non intendessero, fate voi l'interpretazione.

ROB. Ben volentieri. (Ora mi chiarirò). (da sé)

GIS. (Sentirete). (a don Fausto)

FAU. (Sono in un'estrema curiosità). (da sé)

ROB. (Legge)

Una donna infatuata,

Un nipote sciagurato.

(si mette a ridere)

FAU. Come! ridete ancora di tali ingiurie?

VIO. Spiegategli questi due versi. (a don Roberto)

ROB. Signora, io non li saprei spiegare senza offendervi maggiormente. Vi giuro bene, che questi versi non sono miei.

GIS. Non glieli avete mandati voi?

VIO. Il vostro servo medesimo me li ha recati.

ROB. Traccagnino? il mio bergamasco?

VIO. Sì, egli medesimo.

ROB. Io rimango di sasso.

FAU. Non occorre nascondersi dietro un dito. Voi avete offesa donna Violante, e dell'offese a lei fatte a me ne dovete conto.

ROB. Come?

FAU. Colla spada alla mano. (parte)

PIR. Servitor umilissimo di lor signori. (parte con timore)

ROB. Io sono in un impegno senza sapere il perché.

GIS. Vi par poco il principio di quella satira, figuratevi cosa sarà il resto.

VIO. Che satira! Date qui, don Roberto. Questa carta mi è cara, quanto una delle mie medesime produzioni di spirito. Non badate a don Fausto. Mi siete caro. Mi preme la vostra vita; conservatela per gloria delle Muse, per consolazione di Apollo, e per decoro di Partenope nostro.

ROB. (Ride)

GIS. Ridete? Sì, signore, di Partenope nostro. Non si può scrivere con maggior eleganza. La sirena Partenope che ha dato il nome a questa nostra città, era la metà donna e la metà pesce. Come donna, dovrebbe dirsi di Partenope nostra; come pesce, di Partenope nostro. Donna Violante parla con fondamento; ed io la difenderò colla penna e colla spada, se occorre. (parte)

VIO. Viva l'eruditissimo don Gismondo.

ROB. (Costui conosce il debole e mi soverchia). (da sé)

VIO. Non può negarsi che don Gismondo non sia un uomo dotto, e non abbia per me della parzialità e della stima.

ROB. Ma io, signora...

VIO. Ma voi, ricusando di palesarvi autore di questa composizione, mostrate di averla fatta per bizzarria e non con animo di piacermi.

ROB. (Proviamoci dunque). (da sé) Signora, poiché vi piace così, dirò essere io l'autore di codesti versi; e se tai versi vi sono grati, m'ingegnerò di farne degli altri simili per compiacervi.

VIO. Questo sarà il maggior contrassegno del vostro amore.

ROB. Posso sperare di essere ricompensato?

VIO. Sì, sarete arbitro di me stessa.

ROB. (Sarebbe la bella cosa, ch'io mi guadagnassi una ricca dote a forza di scrivere delle impertinenze) (da sé)

VIO. Che dite fra voi medesimo? Vi viene qualche bell'estro?

ROB. Non ho la mente così pronta come la vostra.

VIO. Io per dirla, sono felicissima nell'improvviso. Sentite un bel pensiere che ora mi viene in mente, a proposito di Giove e di Europa.

Se Europa io son per mio fatal decoro,

Prego Giove che voi trasformi in toro.

ROB. Obbligatissimo alle vostre grazie. (ridendo va via)

VIO. Sentite, sentite. I miei versi lo hanno colpito. Egli corre a scrivere la risposta. Si vede che all'improvviso non ha abilità di comporre. Però la sua penna è una penna d'oro. Fra don Roberto e don Gismondo non saprei chi scegliere, non saprei quale di questi due preferire. Uno è istorico, l'altro è poeta. Tutti e due sapientissimi. E don Fausto, che se volesse avrebbe merito più degli altri, si avvilisce per causa dell'ostinazione e dell'ignoranza. Non vedo l'ora che sia terminata questa mia lite, non vedo l'ora di vincerla. Voglio premiare colla mia dote il merito di chi studia. Vedrà don Fausto i frutti dell'ozio e gli effetti delle sue impertinenze.

Io gli dirò, s'egli d'avermi aspetta:

Barbaro, discortese, alla vendetta.



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