Carlo Goldoni
L'impostore

L'AUTORE A CHI LEGGE

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L'AUTORE A CHI LEGGE

 

L'Uomo propone e Dio dispone: dicesi comunemente, ed è un'evangelica verità. Aveva io proposto di sollecitare la stampa dell'Opere mie, per terminare velocemente i quattro restanti Tomi al compimento dei dieci; ma Dio ha disposto che io cadessi malato in Bologna, e che per troppa sollecitudine di mandare ad effetto le mie proposizioni, partendo di non bene guarito, ricadessi poi più fieramente in Modena, dove un intero mese, fra il male e la convalescenza, ho dovuto perdere miseramente. Buon per me che l'assistenza di due valorosi medici, il Signor Dottore Beraldi l'uno, l'altro il Signor Dottor Moreali, hanno conosciuto il male a principio, e con una cavata di sangue a tempo, hanno impedito che il decubito catarrale al petto producesse la fatalissima infiammazione. Se a Dio fosse piaciuto di arrestare il corso de' giorni miei, dove sarebbesi udito suonare a lutto, e dove suonare a festa; chi di bruno ammantandosi, e chi di lieto color di rosa. Tu dunque hai degli inimici, dirà taluno. E chi non sa, che ne ho pur troppo? E di quelli ne ho, che mossi non sono né da ragione, né da interesse, né da politica, né da soggezione, ma, o per effetto di antipatia, o per naturale disposizione di un animo portato all'odio. Fra quelli evvi un cartaio in Venezia, con cui non ho mai trattato, non ho mai parlato nemmeno, eppure mi perseguita quel poco che può, strapazza le Opere mie, forse perché non le ho scritte sulla carta da lui venduta, e fa ridere le brigate, dicendo male di me, senza nemmeno saperlo dire. Ma non parliamo ora di cose ridicole, ché più seriamente, Lettor carissimo, trattener mi deggio teco alcun poco. Il titolo della presente Commedia avrai osservato essere l'Impostore. Varie sono le specie degl'Impostori, dei Raggiratori, dei Furbi. Fra questi uno ne ho scelto, il di cui argomento è pur troppo vero, e tanto vero, che io medesimo interessato ne sono, e ne formo uno de' personaggi della Commedia. Hai tu in memoria, Lettor gentilissimo, aver io detto nel breve ragionamento che la seconda Commedia di questo Tomo precede, volere forse in questo Libro medesimo di certe mie ragionare? Facile ti è il rileggerlo, se più non te lo rammenti; e se colà vedrai soltanto accennato un motivo che a partire dalla Patria mia in quel tempo mi indusse, ora di questo un poco più estesamente voglio informarti, mentre quello è che alla presente Commedia mia somministrò l'argomento.

Ardeva allora la guerra fra' Gallo-Ispani e Tedeschi, ed io serviva la Repubblica Serenissima di Genova, in qualità di suo Console in Venezia. Mi s'introdusse in casa, col mezzo di un Fratello mio militare, un certo tale che il titolo spacciava di Capitano, il di cui nome tacerò e la patria, per non rendere a questa e a' cittadini suoi disonore. Sfoderò costui una patente amplissima di una Potenza di Europa, in cui non mancavanosigilli, né sottoscrizioni, riconosciute per vere da gente pratica ed esperta. Dichiaravalo questa Colonnello di un Reggimento nuovo che dovea farsi, e la facoltà ostentava di creare i suoi subalterni, e le credenziali per reclutare quei tali soldati che affettava di dover scegliere. Ogni settimana aveva egli lettere da mostrare, provenienti da quel tal Principe, sottoscritte da que' tali Ministri, che sempre sul proposito ragionavano, mettendo in vista quelle somme grandiose di denaro, che a momenti sempre dovean capitare. Mostrava l'altro carteggio co' suoi emissari sparsi qua e per que' Paesi dove le reclute dovevan farsi, e tutti a un tratto dovevano unirsi uomini, armi, munizioni e denari. Frattanto il Signor Colonnello andava facendo cautamente le cariche del suo Reggimento. Mio Fratello doveva essere il primo Capitano, e forse forse qualche cosa di più, e la gran carica doveva conseguirla senza sborsare un soldo, poiché frattanto il Signor Colonnello mangiava alla mia tavola, e sulla fede delle gran rimesse che si aspettavano, esigeva da me di quando in quando l'occorrente per i bisogni suoi, e per quelli di qualche buona femmina sua dipendente. Io poi, a titolo di gratitudine, e per l'amore che concepito aveva verso di me, essere dovevo l'Auditore del magnifico Reggimento, con una paga di quindici zecchini il mese di certo, oltre i pingui avventizi che porta seco l'impiego.

La carica mia d'allora, onorifica al sommo, ma senza emolumento certo di sorta alcuna, mi fece porgere orecchio a chi mi offeriva miglior destino. Soggetti assai riguardevoli per nascita e per fortuna vidi, che al pari di me e forse più gli credevano.

Non ebbero altri esitanza a somministrargli somme molto maggiori per le sperate cariche militari, e Mercanti ancora, sulla fede di varie firme riconosciute, s'impegnarono per il vestiario e per altro, di che venivano ricercati. Durò per sette mesi la favola, e quando, stanchi tutti di attendere l'ultima risoluzione, doveva questa comparire a consolazione comune, disparve il Colonnello, e tutti restarono nella stessa maniera impiegati. Io aveva forse sagrificato meno degli altri, ma lo stato mio ristrettissimo, reso anche peggiore dall'impegno del posto che sostenevo, mi fece risentire più dolorosa la piaga, e disperare il modo di medicarla. Era una bella consolazione per me vedermi accompagnato da sì bel numero di gente di buona fede, ed era un bel conforto per tutti il rammentarsi l'un l'altro i sigilli, le sottoscrizioni, le firme, accordando per gloria dell'impostore, che egli era espertissimo nell'imitazione dei caratteri e delle impronte. Ciò bastava per lusingarmi di non essere stato poi tanto semplice e malaccorto, ma non serviva per rimediare ai disordini ne' quali ero incorso, e a dir la cosa come è, mi trovai rovinato, né ciò sarebbemi certamente accaduto, se avessi meglio badato agli amorosi savissimi avvertimenti di una persona che amavami veramente, e adesso pure mi ama, cui confidando sin d'allora le mie lusinghe, mi avvertì, e mi predisse quello appunto che mi accadde. Ma la necessità talora, talora l'amor proprio fa travedere; facilmente si crede ciò che si desidera, e l'impostura, quando è ben condotta, fa travedere gli uomini molto di me più accorti. In tale stato adunque, altro ripiego per me non vi era che cambiar cielo, per tentare di cambiar fortuna. Chiesi da Genova un sostituto al mio Consolato, e mi fu benignamente concesso. Passai a Rimini, ove trovavasi il Serenissimo Signor Duca di Modena, all'armata Spagnuola unito. Alimentai anche colà più mesi molte belle speranze; partì l'armata Spagnuola; la seguitai sino a Pesaro; quale accidente mi inducesse a tornare indietro, lo narrerò un'altra volta.

Ora dovrei dir qualche cosa intorno all'ordine della presente Commedia, ma questa volta faccio prima di essa il presente ragionamento, né so qual sia per riuscire. Se verrà bene, sarà l'unico frutto che avrò ritratto dal mio gentilissimo Signor Colonnello; se mi riuscirà male, sarà un motivo per maledir nuovamente il suo nome. Sono questi i primi giorni che io scrivo, dopo la malattia sofferta; la testa non è ancora tanto fortificata che basti, né posso lungamente applicare. Buon per me, che ora mi trovo in Modena, dove mi amano, dove abbondano i Letterati, e questi meco si degnano trattenersi frequentemente, e distraendomi dalla soverchia applicazione, mi fanno passare le più liete, le più profittevoli ore della mia vita.


 


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