Carlo Goldoni
L'impostore

ATTO PRIMO

SCENA SESTA

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SCENA SESTA

 

Orazio e detti.

 

ORAZ. Servitor umilissimo di lor signori.

DOTT. Servo divoto.

RID. Amico, come state?

ORAZ. Ai comandi del signor capitan tenente.

RID. Obbligato dell'onore che voi mi fate. Capisco che mi volete assegnare il posto di primo capitano del reggimento.

ORAZ. Voi meritate assai più. Ma col tempo... Chi sa? Se non avessi certi impegni... Basta, sapete che io vi stimo e vi amo.

DOTT. Favorisca, signor capitano.

ORAZ. Che mi comanda il signor auditore?

DOTT. In erba.

ORAZ. Eh, in erba! L'erba è finita; il frutto è maturo; siamo alla raccolta vicini.

DOTT. Queste patenti vengono?

ORAZ. È venuto altro che patenti!

DOTT. E che cosa è venuto?

RID. Denari eh, signor colonnello?

ORAZ. Denari a sacchi.

DOTT. Rallegriamoci un poco. L'oro consola.

ORAZ. Eccoli qui. (mostrando alcuni fogli a guisa di cambiati)

DOTT. Della carta guardi quanta ne ho ancor io.

RID. Oh, la vostra carta val poco. Val più un pezzo di quella del signor colonnello.

ORAZ. Ehi, tremila. (mostrando a Ridolfo una cambiale)

RID. E sarà la minore.

DOTT. Tremila di che, signor capitano?

RID. Potreste dirgli signor colonnello.

ORAZ. Tremila zecchini, signor auditore.

DOTT. Pagabili?...

ORAZ. A vista.

DOTT. Da chi?

ORAZ. Da Salamone Rocca. Lo conosce?

DOTT. Lo conosco. È mio cliente. Chi è il traente della cambiale?

ORAZ. Marzio Pagliarini.

DOTT. Sì, è suo corrispondente. Si potrebbe vedere?...

ORAZ. La firma forse?

RID. Via, che serve! Mettereste in dubbio la verità?

ORAZ. No; ho piacere ch'egli la veda: che so io! Vi potrebbe essere qualche falsità. Bisogna sempre dubitar degl'inganni. Ho piacere che il signor Dottore la veda, e mi assicuri che sia la firma legittima. Eccola qui, osservi. (mostra la cambiale al Dottore)

DOTT. Sì, certamente; questa è la solita sottoscrizione e la solita cifra della ragione Pagliarini.

ORAZ. (Eh, io non fallo. Quando vedo un carattere una volta, mi basta). (da sé)

RID. Via, signor sofistico, è soddisfatto? (al Dottore)

ORAZ. Caro amico, il signor Dottore è un uomo di garbo, cauto, attento. Così mi piacciono gli uomini. Chi tutto crede, spesse volte si trova gabbato. Non è vero, signor auditore?

DOTT. Ne ha delle altre cambiali? (ad Orazio)

ORAZ. Sì, ne ho altre due. Una sopra il signor Pantalone de' Bisognosi, d'altri tremila zecchini a vista; e un'altra piccola, che non la esibisco nemmeno.

RID. Piccola? Di che somma?

ORAZ. Eh! una freddura. Di cento zecchini.

DOTT. Anche questi sono buoni. Perché non la presenta? Perché non se la fa pagare?

ORAZ. Me l'hanno mandata non so perché. È sopra un amico; non me ne voglio servire.

DOTT. In materia d'interesse, l'amicizia non pregiudica. La consiglio a farla accettare per il buon ordine.

ORAZ. In verità, non me ne curo.

DOTT. Si può vedere questa piccola cambiale?

ORAZ. Eccola qui; ma vi replico, non me ne curo. (gli un altro foglio a guisa di cambiale)

DOTT. Oh diamine! Sopra di me è la cambiale?

ORAZ. Vi dico che non me n'importa.

RID. Mio fratello è un galantuomo, la pagherà.

DOTT. Ma... è vero che son debitore a questo mio corrispondente di qualche somma, ma i conti non sono liquidati, e non credo arrivi il debito a questa somma.

ORAZ. Basta, intendetevela con lui, che per me non ci penso.

DOTT. Certa cosa è, che cento zecchini nel di lei caso sono una bagattella; scriverò all'amico, liquideremo i conti, e quello che gli dovrò dare, glielo darò.

ORAZ. Fate una cosa, signor auditore. Accettate la lettera per onor della firma; già io non me ne varrò.

DOTT. Ma quando la lettera è accettata...

RID. S'egli dice che non se ne varrà.

DOTT. Eh, insegnatemi a passeggiare in cadenza, (caricandolo) e non a fare gl'interessi miei.

ORAZ. Signore, favoritemi di quella cambiale. (al Dottore)

DOTT. Eccola; scriverò all'amico... (gliela )

ORAZ. Aspettate, vi farò vedere io come si fa. (s'accosta al tavolino)

DOTT. Che cosa intende di voler fare?

ORAZ. Perdonate. (scrive sulla cambiale medesima)

RID. Fratello mio, badate bene, non vi precipitate voi, e non precipitate me ancora. (piano al Dottore)

DOTT. Io procedo onoratamente; quel che dico, è la verità. Non sono debitore di quella somma. (piano a Ridolfo)

RID. Ma si potrebbe facilitare? Poco più, poco meno. Si tratta di fare la nostra fortuna. (piano al Dottore)

DOTT. Il cielo lo voglia. (piano a Ridolfo)

RID. Testaccia maladetta! Mi fa una rabbia!

ORAZ. Ecco fatto, signor auditore. Tenga la sua cambiale. (gli il foglio)

DOTT. Come! Vi ha fatto sopra la ricevuta?

ORAZ. Sì, signore, così si tratta cogli amici.

DOTT. Ma se io questa somma non la devo pagare!

ORAZ. Faccia conto d'averla pagata. Scriverò al traente che la cambiale è soddisfatta, e non pensi ad altro.

DOTT. Mi maraviglio, signore. Io sono un galantuomo, sono un uomo d'onore. I miei debiti non li pago così. Domando liquidazione, e non carità. Voglio pagare il giusto, e non voglio marche di disonore, d'impuntualità, di fede sospetta. La ricevuta, senza il pagamento seguito rende vana, inutile la cambiale, onde si può laceraria, come ora faccio. La rimanderò all'amico; narrerò il fatto; darò merito alla di lei generosità, ma nel tempo medesimo salverò l'onor mio e la mia illibata puntualità. (parte)

 

 


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