Carlo Goldoni
L'impostore

ATTO SECONDO

SCENA SESTA

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SCENA SESTA

 

Il Dottore Polisseno, Ridolfo e detti.

 

RID. Riverisco il signor Pantalone; m'inchino al signor colonnello. (ad Orazio)

PANT. Ghe son servitor.

ORAZ. Con tutto il cuore. (abbracciando Ridolfo)

DOTT. Amico, compatite s'io vengo a darvi incomodo. Mio fratello mi ha condotto, posso dire quasi per forza, senza volermi dire il perché; eccolo qui, ora ci dirà egli il motivo. (a Pantalone)

RID. Sì, signore, or ora il saprete. (al Dottore)

DOTT. Confesso il vero, ho un poco di curiosità.

RID. Signor Pantalone, vedendovi qui unito col signor colonnello, desidero sapere se niente avete concluso circa la richiesta fattavi della figliuola vostra.

PANT. Ghe dirò, patron... (a Ridolfo)

ORAZ. Sì, amico, me la darà. (a Ridolfo)

RID. Me ne rallegro infinitamente.

PANT. Glie la darò, se el cielo l'averà destinada per ello.

RID. La dote si è stabilita?

PANT. Circa la dota...

ORAZ. Per la dote non vi è che dire, sono diecimila ducati.

DOTT. (Ora capisco che cosa vogliono: ch'io stenda il contratto di nozze. Questo pazzo me lo poteva dire). (da sé, accennando Ridolfo)

RID. Dunque ogni cosa è accomodata. (a Pantalone)

PANT. Ghe xe la solita difficoltà.

ORAZ. Una freddura che non val niente.

RID. In che consiste questa difficoltà? (a Pantalone)

PANT. Che no ghe posso dar la dota senza una sicurezza.

RID. A questo passo io v'aspettava. Per questo son qui venuto, per questo ho fatto meco venire il Dottor mio fratello.

DOTT. Acciò ch'io stenda il contratto.

RID. No, acciò che voi facciate la sicurtà al signor Pantalone.

DOTT. Io?

PANT. Co sior Dottor se contenta, mi son più che contento.

ORAZ. Il signor Dottore non vorrà per me quest'incomodo.

RID. Anzi si farà gloria di poter servire il signor colonnello.

DOTT. Ma, caro fratello, sapete pure che ho fatto un giuramentone grandissimo di non far sicurtà a nessuno.

RID. Eh, che in queste cose i giuramenti non tengono. A noi altri militari non si danno ad intendere queste scioccherie.

PANT. Sior Dottor, se gh'avè delle difficoltà, in sta sorte de cosse no se fa complimenti.

RID. Che difficoltà? Niente affatto; lo farà subito.

DOTT. Perché non la fa lei, signor fratello, la sicurtà colla sua parte de' beni che ha consumata?

RID. Se avessi i beni che ho consumati, non mi farei pregare, come voi fate, a usare un atto di gratitudine a chi vuol farmi del bene; né mi ridurrei a mangiare il poco pane che voi mi date, misto di rimproveri e di mala grazia.

DOTT. Sentono, i miei signori? Ecco i ringraziamenti di un amoroso fratello, che dopo essersi rovinato lui, va rovinando me ancora.

ORAZ. Io non intendo che per mia cagione s'accendano risse fra due fratelli. Sono obbligato al signor Dottore di quanto sinora ha fatto per me; e se fra i danni che gli ha recato il fratello, conta quelli d'aver me introdotto in sua casa, son pronto a supplire a tutto, se il sagrifizio di cento zecchìni non è compensazione che basti.

DOTT. Io i cento zecchini non li ho accettati.

ORAZ. Non resta per questo ch'io non li abbia sagrificati e perduti.

RID. Ah, povero me! Mio fratello vuol vedermi precipitato!

DOTT. Io vedervi precipitato? Parvi poco quel che ho fatto sinora per voi?

RID. Quel che avete fatto sinora non è niente, se non fate anche questo.

PANT. (Sto sior el vol far tor a so fradello la medesina per forza). (da sé)

ORAZ. Lasciate, signore; non inquietate più per mia cagione il signor Dottore. (a Ridolfo)

DOTT. Ella non mi dice più auditore?

ORAZ. Capisco che siete stanco della mia amicizia.

RID. Vedete? Siamo rovinati, siamo precipitati; siete un traditore di voi medesimo e del vostro sangue. (al Dottore)

DOTT. Andiamo, che si faccia tutto. Che vada tutto. Son qua, signor Pantalone; faccio la sicurtà io per diecimila ducati. (Se s'ha d'andar in rovina, si vada; quest'indiscreto di mio fratello non potrà dire che io non abbia fatto di tutto per contribuire alla sua fortuna). (da sé)

PANT. No, caro sior Dottor, compatime. Questa la xe una cossa che fe per forza, e mi no l'ho da comportar, e mi la vostra piezaria no la devo accettar.

DOTT. (Manco male). (da sé)

ORAZ. Bravo, signor Pantalone; ora capisco il mistero. È un pretesto quello della sicurtà. Mi avete lusingato per poi deridermi, ma giuro al cielo, me ne renderete conto.

PANT. Me maraveggio, patron, son un galantomo, e se la compassion che gh'ho per el Dottor, fa sospettar de mi, son qua, son pronto a mantegnir la mia parola, e accetto la sigurtà.

DOTT. (Un'altra nuova). (da sé)

ORAZ. Basta, in ogni forma; non deggio io accettare un'oblazione forzata del signor Dottore.

DOTT. (Se ha riputazione, non la deve accettare). (da sé)

RID. Caro signor colonnello, caro amico, vero e leale che siete; vi supplico, vi scongiuro, accettate l'esibizione di mio fratello. Credetemi, lo fa di buon cuore, lo fa per debito, lo fa per gratitudine all'amor vostro. Accettatela per amor del cielo. (ad Orazio)

DOTT. (Si può sentir di peggio?) (da sé)

ORAZ. Orsù, non voglio col mostrarmi ostinato far torto alla vostra buona amicizia. Accetterò le grazie del signor Dottore.

DOTT. (Obbligato della finezza). (da sé)

PANT. (Dottor, i ve fa far el latin a cavallo). (piano al Dottore)

RID. Ecco accomodato ogni cosa. Mio fratello fa la sicurtà per il signor colonnello; il signor Pantalone l'accetta; il signor colonnello è contento; si stenda il contratto, e si facciano queste nozze.

PANT. Bisogna dir qualcossa alla putta.

ORAZ. Ma fatela una volta venire. Parmi che oramai mi sia lecito di vederla.

PANT. Adessadesso se sentirà...

RID. Anderò io a chiamarla. (in atto di partire)

PANT. No la se incomoda, che anderò mi. (lo trattiene)

 

 


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