Carlo Goldoni
La famiglia dell’antiquario

Introduzione

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Introduzione

 

Ma ecco una Commedia di un genere affatto diverso da quello della precedente (L'adulatore, ndr.), essendo questa presa nella classe dei ridicoli, alternativa, non inutile alla successiva produzione di molte rappresentazioni teatrali.

 

Questa è la Famiglia dell'Antiquario, che fu la sesta delle 16 progettate Commedie.

 

Dapprima l'aveva intitolata semplicemente l'Antiquario, che n'è il Protagonista; ma temendo che i contrasti fra sua moglie e sua nuora producessero un doppio interesse, diedi un titolo alla Commedia, che abbraccia in una volta tutti i soggetti, tanto più che il ridicolo delle due donne, e quello del Capo di famiglia si danno la mano, e contribuiscono egualmente alla condotta comica ed alla moralità della rappresentazione.

 

Il nome d'Antiquario s'applica del pari in Italia a quelli che dànnosi allo studio dell'antichità, che a quelli che senza intelligenza raccolgono copie per originali, e cose inutili per preziosi monumenti; ed è appunto fra questi ultimi che il mio soggetto fu preso.

Il Conte Anselmo più ricco di danaro, che di cognizioni, fassi dilettante di quadri, di medaglie, di pietre incise, e di tutto ciò che ha l'apparenza di raro e di antico. Si fida nel farne acquisto di certi truffatori che sempre lo ingannano, e formasi a grandi spese una ridicola galleria.

 

Questi ha una moglie, che in età d'esser nonna ha tutte le pretensioni della gioventù, ed una nuora, che non potendo soffrir la subordinazione, freme di non essere l'assoluta padrona. Il Conte Giacinto, figlio dell'una e marito dell'altra, non osando fare alcun dispiacere a sua madre per contentare sua moglie, trovasi imbarazzatissimo, e ne porta le sue lagnanze al Capo di casa.

 

L'Antiquario essendo tutto occupato nell'osservazione d'un Pescenio, medaglia rarissima, che aveva allora comprato a carissimo prezzo, e che vedevasi contraffatta, rimanda indietro bruscamente suo figlio, senza curarsi delle contese domestiche.

 

Intanto le cose van tanto innanzi, che l'Antiquario non può fare a meno d'entrarci. Egli teme di parlare a tu per tu con donne così poco ragionevoli, e domanda un congresso di tutta la sua famiglia.

 

Stabilito il giorno, vi si portano ancora diversi comuni amici. Il figlio è uno de' primi che compariscono, e le Dame vengono l'ultime, accompagnate ciascuna dal suo cicisbeo.

 

Posti tutti a sedere, il Conte Anselmo, che aveva il suo posto in mezzo del circolo, comincia il suo discorso sulla necessità della pace domestica. Voltandosi da dritta a sinistra, getta gli occhi sopra una bagattella attaccata all'orologio di sua nuora, e crede di riconoscere in essa un'antichità preziosa. Vuol vederla più da vicino, scioglie il cordone, tira fuor la sua lente, esamina il giojello, e si vede una testa bellissima. Mostrasi desideroso d'averla, e gli viene accordata. Esultante di tal acquisto ne ringrazia distintamente sua nuora, e la moglie offendendosene, si leva dispettosa e va via. Ecco dunque l'assemblea finita, e rimesso l'affare ad un'altra sessione.

 

In questo frattempo succedono molte cose spiacevoli per l'Antiquario. Fa vedere a persone intendenti la sua galleria, e queste lo illuminano e lo disingannano. Rimanendone convinto, rinunzia alla sua follia. Vede il bisogno estremo di ristabilire la tranquillità della sua famiglia, e dimanda un secondo congresso, a cui tutti si portano.

 

Si propongono molti accomodamenti, ma gli uni dispiacciono alla suocera, e gli altri alla nuora. Finalmente ne trovan uno, che rende l'una e l'altra contenta; ed è quello di stabilire due governi domestici, e di separarle per sempre. Tutti si contentano, e la Commedia finisce.

 

Dopo alcuni anni vidi dare a Parma questa Commedia tradotta in francese dal Signor Collet, Secretario degli ordini di Madama l'Infanta. Questo Autore per tutti i riguardi stimabilissimo, e notissimo a Parigi per le graziosissime rappresentazioni date alla Commedia francese, ha ottimamente tradotta questa mia Commedia, e fu egli senza dubbio che la fece valere.

 

Ma cambiò lo sviluppo; egli credette che la mia Commedia finisse male, lasciando partir disgustate insieme suocera e nuora, e le riconciliò sulla scena.

 

Se questo accomodamento potesse esser solido, avrebbe ben fatto: ma chi può assicurare che queste due Dame ritrose non rinnovassero nel giorno appresso le lor contese?

 

Posso ingannarmi; ma il mio sviluppo parmi più naturale.1






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1 L’Introduzione riporta ciò che Goldoni scrisse nelle sue Memorie, da Scelte Commedie di Carlo Goldoni, Padova, per Nicolò Zanon Bettoni, 1811, vol. I, cap. LXI, pp. 267-269.

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