Carlo Goldoni
Il festino

L'AUTORE A CHI LEGGE

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L'AUTORE A CHI LEGGE

Questa Commedia fu da me scritta nel brevissimo giro di cinque giorni, dando a copiare un atto, mentre stavami scrivendo l'altro. Ciò non ostante vi applicai sopra sì di proposito, che ebbi l'ardire di lusingarmi in sì brieve tempo poter riuscire con soddisfazione del popolo, e senza mio disonore. Confuso, e dirò anche arrabbiato per l'infelice riuscita della precedente Commedia, pensai che la miglior vendetta che far col pubblico si poteva, era quella di faticare per ismentire i maligni e per consolare gli amici, e che siccome una Commedia riuscita male fece dimenticare il merito di una che riuscì bene, un'altra di buona riuscita potea far sì che si scordassero la cattiva. Pareva che maggior tempo per una simile impresa si richiedesse, ma in noi Poeti l'ardire è necessario talvolta, e lo sdegno ci fa eseguir dei prodigi. Mi riuscì mirabilmente il dissegno. In cinque giorni schiccherai la Commedia; in pochissimo tempo i Comici se ne impossessarono; si provò esattamente; fu posta in scena con una decenza assai conveniente; fu ricevuta dal popolo con soddisfazione, e si durò a recitarla ogni sera sino all'ultima di Carnovale. Nessuno ha più parlato del Cortesan Vecchio, il magazzino ch'era finito, aprì un'altra porta con nuove merci, e restò il pubblico persuaso che in avvenire potea sperare di divertirsi colle mie fatiche, giacché la prontezza di questa non dimostrava che la fantasia fosse stanca od isterilita. Per facilitarmi con sollecitudine la costruzione di una Commedia di cinque atti, pensai ad un fatto familiare, con episodi di facile invenzione, perché tratti da originali de' nostri giorni, e queste sono le cose che incontrano più delle altre. Piace la critica; ed io in quest'incontro non l'ho risparmiata. Il cicisbeato che è in tanta voga oggidì, l'ho posto in veduta in quasi tutti gli aspetti, ne' quali suol campeggiare. Il vecchio servente della vecchia Dama è il più ridicolo della Commedia; il più critico è quello della Dama moglie col Cavaliere ammogliato, e di questo ho mostrato le pessime conseguenze, siccome i pregiudizi di quelli che per gl'impegni del mondo sagrificano l'interesse, la convenienza e la propria riputazione.

Ho voluto innestarvi alcune critiche state fatte alle Commedie mie di quest'anno per giustificarmi in qualche parte, e per isfogarmi un poco col pubblico istesso. Ebbe tanta bontà l'udienza, che lo soffrì di buon animo, e mi diede veri segni di amore e di compatimento. Allora tutto anch'io mi scordai il passato rammarico, e dentro di me ho fatto la pace con chi mi aveva insultato; anche colla signora Maschera del Ridotto. Stampandosi ora la Commedia, ho voluto lasciarvi le critiche e le apologie suddette, per un divertimento di più al Lettore benevolo che mi favorisce; e in fine della Commedia vi ho posto il ringraziamento al Pubblico, recitato l'ultima sera dalla prima Donna, giacché, come dissi, con questa Commedia medesima si terminò il Carnovale.

Fu dopo in altre parti il mio Festino rappresentato ed ebbe dappertutto estraordinaria fortuna. A Roma non hanno ancora provato su quei Teatri il verso alla martelliana. Non si fidano, non so se per l'orecchie degli uditori, non avvezzati a sentirlo, o se per l'abilità de' Comici, non pratici ancora a recitare il verso senza declamazione. Mi fu ordinato ridurlo in prosa; lo feci, e riuscì pure mirabilmente.

Ebbe il povero mio Festino in alcun paese la sua disgrazia. Non già nell'universale di verun popolo, ma nel particolare di alcune persone. Operò il caso che si trovassero degli originali simili troppo a qualche personaggio ridicolo della Commedia medesima, e non mancò chi dicesse che a bella posta l'avessi fatto. Non valse la bella ragione che la Commedia era composta degli anni prima. Le Donne principalmente, quando fissano, non vi è rimedio. Ma lo stesso mi è accaduto in altre opere ancora; ed in altri luoghi delle mie stampe ho procurato disingannare il mondo su questo articolo. Non son capace di usare una simile villania; non prendo di mira alcuno. Sono un pescatore che getta l'amo alla cieca; chi si sente prendere, procuri levarselo dalla bocca senza gridare; in questa maniera ritornerà l'amo vuoto: altrimenti, scuotendosi soverchiamente, s'internerà assai più nelle fauci, ed io sentendo il peso nel ritirarlo, dirò che il pesce è attaccato, e si manifesterà la mia preda.


 


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