Carlo Goldoni
Il festino

ATTO PRIMO

SCENA QUARTA

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SCENA QUARTA

 

La Contessa, poi Lesbino.

 

CONT.

Pazza a me? Sventurato! Pazzo sei tu, che presso

D'una femmina ingrata sacrifichi te stesso;

Non ho per gelosia perduto il chiaro lume,

D'onesta servitute non spiacemi il costume:

Ma duolmi che si perda miseramente il Conte

Con una che lo paga solo coi scherni e l'onte;

Con una che superba mi sprezza e m'odia a morte,

E cerca screditarmi nel cuor del mio consorte.

Come poteo scordarsi sì presto il caro sposo

Di quell'amor che il fece delle mie nozze ansioso?

Quel nodo che dovrebbe dar alimento al foco,

Farà che anzi si spenga, o almen che duri poco?

Dunque in amor di bene non vi è che un sol momento:

Prima il desio tormenta, e poscia il pentimento.

Ma che farò frattanto, se il ballo ed il convito

Persiste a voler dare il Conte mio marito?

Nol so. Del padre mio giovar potriami un lume;

Ma dell'inquiete donne abborrisco il costume.

Quando sarò forzata, farollo a mio dispetto;

Finché si può, allo sposo serbisi amor, rispetto.

Ci penserò.

LES.

Signora, mandano l'imbasciata

La baronessa Oliva, la marchesa Dogliata.

CONT.

Vengano, son padrone. (Lesbino parte.) Che sì che l'indovino?

Che sì che son venute per causa del festino?

Vengono a visitarmi per essere invitate;

Ma se n'andran, lo giuro, deluse e mal gustate.

 

 

 

 


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