Carlo Goldoni
Il filosofo inglese

ATTO QUINTO

SCENA DODICESIMA

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SCENA DODICESIMA

 

Il signor Saixon dalla bottega del libraio, i suddetti, e poi Birone.

 

SAI.

Di Jacobbe non dassi un uom simile: (alla Brindè.)

Saggio, discreto, onesto, giusto, prudente, umile.

La casa gli offerisco, ei franco la ricusa,

E di Milord lo sdegno è l'unica sua scusa.

Milord, mi conoscete, io francamente parlo.

Jacobbe è un uom da bene. Mi preme di salvarlo.

Giustizia mi facea raccorlo nel mio tetto;

Ei degl'insulti ad onta, per voi serba il rispetto.

Ma ovunque egli sen vada, ovunque egli sen stia,

Jacobbe, vel protesto, Jacobbe è cosa mia.

Merita ben che voi cambiate in sen lo sdegno;

Che abbiate maggior stima di un uom ch'è di amor degno.

Dovreste far con esso quello che ho fatto anch'io:

Cento ghinee gli ho date or con un foglio mio.

Se amor vi molestia, spiegatevi con lei:

Se io fossi innamorato, almen così farei.

Amore in vita mia però non mi diè pena.

Milord, ci siamo intesi. Madama, io vado a cena. (entra in casa.)

MIL.

Ehi. (alla bottega del libraio.)

BIR.

Signor.

MIL.

Di' a Jacobbe che venga qui.

BIR.

Signore... (con timidezza.)

M.BR.

Ditegli ch'egli venga; non abbia alcun timore. (Birone parte.)

Milord, nel vostro cuore che dice ora l'affetto?

MIL.

Nol so.

M.BR.

Saper vorrei...

MIL.

Se aspetterete...

M.BR.

Aspetto.

MIL.

(va a sedere sopra una panca.)

M.BR.

(Ah, voglia il ciel che in lui cambisi il rio consiglio.

La pace a noi si renda; e tronchisi il periglio). (da sé, e siede.)

 

 

 


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