Carlo Goldoni
Il filosofo inglese

ATTO QUINTO

SCENA VENTESIMA

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SCENA VENTESIMA

 

Jacobbe Monduil e madama di Brindè.

 

M.BR.

Che sarà mai, Jacobbe?

JAC.

Oh provvidenza eterna,

Che il mondo e gli elementi e gli animi governa!

Milord con questa carta vuol dir che mi perdona,

Se colla firma sua mille ghinee mi dona.

Queste accettar non sdegno, queste che in guisa strana

Mi vengono offerite dalla pietade umana.

M.BR.

Io che farò per voi, anima invitta e forte?

JAC.

Basta non mi obblighiate ad esservi consorte.

M.BR.

Sì, di non esser vostra preso ho il più forte impegno;

Milord, or ch'è un eroe, di tal rispetto è degno;

Ma se di voi, Jacobbe, la mano esser non puote,

Vostro sarà il mio cuore, e vostra la mia dote.

Di quel che sopravanza al mio mantenimento,

A voi di donazione vo' a fare un istrumento.

JAC.

No, madama, fermate. A me non si compete...

M.BR.

Voglio così, lo voglio, e a me non si ripete.

Gradite un innocente atto dell'amor mio:

Di amor più non si parli; più non ci penso. Addio. (parte.)

 

 

 


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