Carlo Goldoni
La gelosia di Lindoro

ATTO SECONDO

Scena Undicesima. Don Roberto, Donna Eleonora, Zelinda e Lindoro

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Scena Undicesima. Don Roberto, Donna Eleonora, Zelinda e Lindoro

 

ELE. (a Don Roberto) Non credete a quell'impostore.

LIN. (a Don Roberto) No, non si può credere a quel ribaldo.

ZEL. (a Don Roberto) Sospetterete dunque di me?

ROB. Non so che dire. Sono incerto... sono confuso... Per dirvi la verità... principio a dubitare anch'io. (a Zelinda)

ZEL. Povera me! a qual miserabile condizione son io ridotta? Sospettare di me? dubitar della mia innocenza? E chi? Il mio padrone, il mio sposo. Della padrona non parlo: so che non mi ama, e che non perde l'occasion di mortificarmi. Ma il mio buon padrone, ma il mio caro marito! È possibile che io mi sia meritata una sì poca fede, un così indegno concetto? Mi potrei giustificar d'avvantaggio. Potrei convincere chi mi accusa, chi mi perseguita, ma non voglio farlo. La persecuzione cadrebbe allora sopra d'un altro, e sarebbe meglio fondata. La mia posso soffrirla, perché ha da finire, perché s'ha da scoprire la verità. Vedrete allora chi sono, si pentirà chi m'insulta, sarà convinto chi non mi crede. Amabile padron mio, sospendete, vi supplico, un giudizio che m'offende e mi disonora. Caro sposo, s'io v'amo, s'io son fedele, domandatelo al vostro cuore. Ah signora mia, meno astio, e un poco più di giustizia. (parte)

 

 


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