Carlo Goldoni
Le femmine puntigliose

ATTO TERZO

Scena Dodicesima. Donna Rosaura e detti

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Scena Dodicesima. Donna Rosaura e detti

 

Contessa Eleonora - Come!

Contessa Beatrice - Qui?

Contessa Clarice - Che temerità è questa?

Donna Rosaura - Signore mie, per grazia, per clemenza. Non vengo in conversazione, non vengo per frammischiarmi con voi, vengo a chiedervi scusa, vengo a domandarvi perdono.

Conte Ottavio - Oh, via, signora donna Rosaura, questo è troppo.

Donna Rosaura - Conte Ottavio, giacché voi mostrate essere penetrato dalla mia umiliazione, impetratemi voi da queste dame la grazia di poter parlare, assicurandole che non eccederà il mio discorso il periodo di pochi minuti; che alla porta di questo palazzo vi è il carrozzino che mi attende per ritornare alla patria mia; e che non venendo io per trattenermi in conversazione, ma per dar loro una ben giusta soddisfazione, posso essere ascoltata, senza offendere le leggi rigorose delle loro adunanze.

Conte Ottavio - Signore mie, che cosa dite? Siete persuase dell'istanza, senza che vi aggiunga niente del mio, per indurvi ad ascoltare una donna, che con tanta civiltà ve ne supplica?

Contessa Eleonora - Sentiamo che cosa sa dire.

Conte Ottavio - Parlate, signora donna Rosaura, queste dame ve lo permettono.

Donna Rosaura - Ringrazio queste dame della loro bontà; le ringrazio delle finezze che alcuna di esse si è degnata farmi in privato, e le ringrazio della libertà che mi danno di poter per l'ultima volta ad esse in pubblico favellare. Confesso aver io estese troppo le mire, allorché mi sono lusingata di poter essere ammessa alla loro conversazione; ma spero sarò compatita allora che farò noti i motivi dai quali è derivata in me una tale lusinga. Primieramente è rimarcabile essere io allevata in un luogo, ove per ragion del commercio, non vi è certa rigorosa distinzione degli ordini, ma tutte le persone oneste e civili si trattano a vicenda, e si conversano senza riserve; onde non è temerità l'aver io sperato, con qualche maggior difficoltà, poter essere ammessa fra le dame di questa città. Di ciò per altro mi sarei facilmente disingannata, se da persone illibate e sincere fossi stata meglio istruita, e delle vostre leggi avvertita. Quello, che dalla legge è proibito, non si può col denaro ottenere; quello che si può ottenere col denaro, non si deve credere direttamente opposto alla legge. Onde, se mi fu esibito a contanti l'onor della vostra conversazione, son compatibile, se ho creduto aver anch'io il diritto di potervi aspirare. Parlo senza arcani, mi levo la maschera, e a chi duole, suo danno. La contessa Beatrice con cento doppie mi ha venduta la sua mediazione, e a questo prezzo mi ha assicurato l'accesso alla conversazione delle dame. O ella mi ha ingannato, o voi le avete fatta un'ingiuria. Nel primo caso, siate voi stesse giudici della mia ragione; nel secondo pensi la contessa Beatrice a risentirsi con voi, e a giustificarsi con me. Io nulla voglio né da lei, né da voi. Bastami avervi fatto noto, che non sono né pazza, né debole, né presontuosa. Il carrozzino mi aspetta, mi sollecita mio consorte, torno alla patria, e porterò colà la memoria delle vostre grazie e della mia disavventura; anzi in ricompensa della bontà che ora avete dimostrata per me, permettetemi che vi avvertisca, che più di quello avesse potuto pregiudicare al decoro vostro la mia bassezza, deturpa il vostro carattere e la vostra società una dama ingannatrice e venale. (parte)

 

 


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