Carlo Goldoni
L'amante di sé medesimo

ATTO QUARTO

SCENA OTTAVA

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SCENA OTTAVA

 

Il Marchese, il Conte, le due Dame sedute, come sopra.

 

FER.

Ma che fan queste dame, che paiono assonnate?

Spiacemi, mie signore, d'avervi incomodate.

Non so per qual cagione, colla presenza mia,

Sospendere vogliate la solita allegria.

BIA.

Signor, son così sempre.

FER.

La signora Marchesa

So pur che di buon cuore a ridere l'ho intesa.

Del vostro buon consorte fui buon amico anch'io.

(Ed ora questa vedova farebbe al caso mio). (da sé)

IPP.

Signor, mi duole il capo.

FER.

Basta, vi passerà.

Favoritemi voi, Conte, per carità.

CON.

Sono a' vostri comandi. (Or saria l'occasione

Opportuna di fargli la raccomandazione.

Se donna Bianca il sa, ne avrà del dispiacere:

Ma ho data la parola; alfin son cavaliere.

Farò che non mi senta). Signor, se non sdegnate,

Vo chiedervi un favore. (tirandolo in disparte)

FER.

Sì, Conte, comandate. (piano)

CON.

Deggio raccomandarvi due vostri dipendenti.

Che son perseguitati per odio delle genti:

A pro del commissario ho di parlarvi impegno. (piano)

BIA.

(Mostra curiosità di sapere)

FER.

Voi in favor mi parlate d'un commissario indegno? (forte)

CON.

Dite piano. (guardando donna Bianca)

BIA.

Ho capito. (s'alza e parte)

CON.

(Ho cento furie intorno). (da sé)

IPP.

(Di gelosia la pazza possa crepare un giorno). (da sé)

FER.

L'altro chi è? De' Martini? (al Conte)

CON.

signor, lo diceste.

FER.

Non vi avreste impegnato, se voi li conosceste.

Uno della giustizia fe' mercatura infame;

L'altro per ingannarmi unì sordide trame.

Non son frivole accuse, che li hanno a me dipinti,

Sono con prove certe colpevoli e convinti.

Venni per discacciarli, e ciò per essi è poco;

Avran la loro pena dovuta in altro loco.

Da cavaliere onesto, signor, quale voi siete,

So ben che dal servirvi in ciò mi scuserete.

In altro comandatemi, di me siete padrone;

Ma indegni son coloro di vostra protezione.

CON.

Scusatemi, signore, vi credo e più non parlo.

(Per chi m'era impegnato così senza pensarlo!

Ah, di rossor mi copre la vergognosa taccia

Di facile, d'incauto, a un cavaliere in faccia). (da sé)

Signor, non son contento, l'ardir di quei villani

Se tardo, se non tento punir colle mie mani.

A un cavalier mio pari formar simile inganno?

Chi sia il Conte dell'Isola quei perfidi non sanno.

Non è riuscito ancora ad uom di questo mondo,

Far sì ch'io non vedessi d'un'impostura il fondo.

Non son, grazie alla sorte, sì poco illuminato.

Questa volta il confesso, sì, l'amor m'ha acciecato.

(Vo' confessar piuttosto una mia debolezza,

Anzi che mi si creda mancar per stolidezza). (da sé, parte)

 

 

 


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