Carlo Goldoni
Gli innamorati

ATTO SECONDO

Scena Nona. Fabrizio col grembiale da cucina, e detti

Precedente

Successivo

Link alle concordanze:  Normali In evidenza

I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio

Scena Nona. Fabrizio col grembiale da cucina, e detti

 

FAB. Flamminia.

FLA. Signore. Bella figura!

FAB. Sapete voi dove sia lo zucchero?

FLA. Sì signore; è sull'armadio nella mia camera.

FAB. Voglio fare un dolce e brusco per il mio padrone. Oh compatisca, signor Fulgenzio; l'avevo preso per il signor Ridolfo. Bravo; è venuto a favorirci, ho piacere, vuol restare a pranzo con noi?

FUL. Vi ringrazio... signore...

FAB. Signor Conte, si contenta che si inviti a pranzo con noi questo nobile cittadino? È una perla, veda, è oro colato.

ROB. Signore, non siete padrone voi in casa vostra?

FAB. No, fin tanto che il signor Conte sta in Milano, egli è il padrone di casa mia..

FUL. Ci sta molto il signor Conte in Milano? (a Fabrizio)

FAB. Oh, ci starà un pezzo. Ha una lite, e gliela dirige quell'uomo grande, quell'uomo celebre del signor Ridolfo.

FUL (E queste signore mi hanno dato ad intendere che parte presto. Le bugie non si dicono a caso). (da sé)

FAB. Signor Conte, io ho degli affari; non potrò essere continuamente a servirla. Ecco chi la servirà. Il primo letterato d'Europa. Uno che vanta il sangue puro purissimo della più cospicua cittadinanza sino al tempo dei Longobardi. Intendente di tutto, specialmente di quadri. Ha veduto la mia piccola galleria? (a Roberto)

ROB. Sì signor, l'ho veduta e ammirata.

FAB. Ma in due ore non si può veder tutto.

FUL. Sono due ore che è qui il signor Conte? (a Fabrizio)

FAB. Sì certo, è venuto a favorirmi per tempo.

FUL. (E mi dissero ch'era venuto in quel punto! Questo non si chiama sottilizzare. Sono bugie patenti) (da sé)

FAB. Oggi, signor Fulgenzio, avrete l'onor di pranzare col primo lume della nobiltà, colla prima stella d'Italia, col più ricco cavaliere privato dei nostri giorni.

ROB. (E tira innanzi così). (da sé)

FUL. Ma io, signore, non posso profittar delle vostre grazie.

FAB. Che serve?

FUL. No certo.

FAB. Via, dico.

FUL. Non posso.

FAB. Ed io voglio. Comando io in questa casa... No non comando io, comanda il padrone, e il padrone lo pregherà di restare.

ROB. Signore, s'egli non può, o non vuole, perché lo vogliamo obbligare? (a Fabrizio)

FUL. (Costui non vorrebbe che ci restassi, converrà ch'io ci stia per iscoprire il disegno). (da sé)

EUG. (Stupisco che non abbia piacere di restar a pranzo con me. Ci pensa poco, al vedere). (da sé)

FAB. Via, signor Fulgenzio, faccia un'azione eroica.

FUL. (Mi fa specie che Eugenia non mi dice niente ch'io resti. Segno che non le preme). (da sé)

FLA. Mi maraviglio di voi, signor Fulgenzio, che vi fate tanto pregare.

FUL. Mi farei pregar meno, se non temessi di recar disturbo alla compagnia.

EUG. Che ragioni fiacche! dite che non volete restare perché vi preme di andare a casa, per non lasciar sola la signora Clorinda vostra cognata. Ecco il perché. Ha ragione, signor zio. Non l'obbligate a dar un dispiacere a quella povera signorina .

FUL. (Sì: vuol rimproverar me, perch'io non abbia occasione di rimproverar lei). (da sé)

EUG. (Ora mangia il veleno. Lo conosco. Ci ho gusto). (da sé)

FLA. (Se foste mia figlia, vi darei degli schiaffi). (da sé)

FAB. Via, signor Fulgenzio, mi lasci andare in cucina, mi consoli con un bel sì.

FUL. Per far vedere che qualcheduno s'inganna, resterò a godere le vostre grazie.

FAB. Oh bravo !

EUG. (Ora sono contenta!) (da sé)

FLA. E viva il signor Fulgenzio.

FAB. Ma facciamo le cose ben fatte. Signor Fulgenzio, Eugenia mia nipote vi supplica di una grazia.

FUL. Io non son degno dei comandi della signora Eugenia.

FAB. Via, che occorre? Ci conosciamo. Eugenia mia nipote vi prega, vi supplica, che subito andiate a casa, che prendiate la signora Clorinda vostra cognata, e che la conduciate qui a pranzo con noi .

FUL. La signora Eugenia mi prega di questo?

EUG. Io non mi sono mai sognata questa bestialità.

FAB. Bestialità la chiamate?

EUG. Sì, vi par cosa propria incomodar una signora a quest'ora?

FAB. È ora incomoda questa? Vi mancano due ore a mezzogiorno. Ha tempo quanto vuole a vestirsi, a conciarsi, e a venire a bell'agio.

FLA. (Pare che c'entri il diavolo a bella posta.) (da sé)

EUG. Basta, io lascio fare al signor Fulgenzio.

FAB. Pregatelo. (ad Eugenia)

EUG. Oh, questo poi no.

FAB. Lo prego io dunque. (a Fulgenzio)

FUL. Dispensatemi. Son certo che mia cognata non ci verrà.

EUG. (È certo che non verrà, perché sa che colei non mi può vedere).(da sé)

FAB. Proviamo, andate a dirglielo in nome mio.

FUL. No certo, signore. Scusatemi, non ci vado.

FAB. E volete che stia a mangiar sola? Non è dovere.

FUL. Piùttosto non ci resterò nemmen io.

EUG. Sì, piùttosto andrà con lei, a servirla di compagnia; lasciatelo andare.

FUL. (Se non crepo, è un prodigio).(da sé)

FLA. (Ma giusto cielo! che testa è quella?) (da sé)

FAB. Orsù, non occorre altro. (So io quel che farò. Anderò io a invitarla). Succianespole.

 


Precedente

Successivo

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (VA1) - Some rights reserved by Èulogos SpA - 1996-2009. Content in this page is licensed under a Creative Commons License