Carlo Goldoni
Gli innamorati

ATTO TERZO

Scena Quinta. Fulgenzio e dette

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Scena Quinta. Fulgenzio e dette

 

FUL. Signora Eugenia, mi permettete ch'io vi dica una cosa forse da voi non preveduta. Ho piacere che vi si trovi anche la signora Flamminia.

FLA. (Oh, vi è del male; non l'ho mai veduto più burbero come ora). (da sé)

EUG. (Che sì, che vuol fare il bravo.) (da sé)

FUL. Voi sapete ch'io v'amo, ma sapete oltresì ch'io sono uomo d'onore. (ad Eugenia)

EUG. Io non so nessuna di queste cose.

FUL. Come? Mettereste in dubbio la mia onoratezza?

FLA. Non le badate, signor Fulgenzio. Io la conosco questa mozzina, lo dice apposta per farvi arrabbiare.

FUL. La signora Eugenia può dir quel che vuole; può burlarsi di me, può deridermi, può insultarmi, ma non mi può intaccar nell'onore.

EUG. Se fossi un uomo, mi sfiderebbe alla spada.

FUL. Felice voi, che potete scherzare. Nello stato in cui mi trovo, non fo poco, se ho tanto fiato da poter parlare. L'amor che ho per voi, è arrivato all'eccesso, è arrivato a farmi perdere la ragione, son divenuto brutale, nemico degli uomini e di me stesso. Ma tutto questo sarebbe poco, se non mi facesse essere indiscreto, incivile, e quel ch'è peggio, ingrato al mio sangue e sprezzatore del decoro della famiglia. Che dirà di me mio fratello? che dirà egli, quando saprà che per cagion vostra ho perduto il rispetto alla di lui moglie?

EUG. Oh oh, ecco qui, ecco qui donde derivano le smanie del signor Fulgenzio! Ecco lo sforzo della delicatezza d'onore! Ha detto una parola torta alla dilettissima sua cognata. Ha commesso un error grandissimo. Si sente morire d'averlo fatto. Bisogna rendere soddisfazione a questa illustre signora. Volete che vada io a domandarle scusa per voi?

FLA. Che manieraccia è questa? Lo voglio dire al signore zio. (ad Eugenia) Per l'amor del cielo, signor Fulgenzio, non le badate.

FUL. Non mettete in ridicolo una cosa seria. (ad Eugenia)

EUG. Io voglio ridere quanto mi pare.

FUL. Ridete pure a vostro talento. La vostra ilarità in un caso simile dipende, o da poco amore, o, compatitemi, da poca ragione.

EUG. Sì, sono una pazza. Non lo sapete?

FUL. No signora; esser saggia, quando volete.

EUG. Ma questa volta son pazza. Ditelo liberamente.

FLA. Se non lo dice egli, lo dirò io.

EUG. Voi non c'entrate, signora. (a Flamminia)

FLA. Meritereste che tutti vi abbandonassero.

EUG. Basta che non mi abbandoni il cielo.

FLA. Il cielo non assiste a chi ha massime come le vostre.

EUG. Che? sono una bestia io? non merito l'assistenza del cielo?

FLA. L'ingratitudine è odiosa agli uomini e ai numi. Voi trattate male con chi vi ama; cercate di affliggere le persone innocenti; odiate chi vi consiglia al bene; tradite voi stessa; calpestate i doni del cielo: e non arrossite di voi medesima?

FUL. Via, signora Flamminia, non l'affliggete d'avvantaggio. Io non ho cuore di vederla mortificata. Eugenia è assai ragionevole per conoscere da sé stessa i trasporti della passione. Sono stato io più debole è più mentecatto di lei, doveva conoscere il peso delle sue parole, compatirla e dissimulare. La collera mi ha trasportato. Ella non mi ha sforzato a insultar mia cognata; sono stato io l'incauto, il malaccorto, il furente. Eugenia mi ama, ed è per amore gelosa.

EUG. Io non sono gelosa di vostra cognata.

FUL. Lo so: è uno sdegno da voi concepito per timore di non essere preferita; ma, carda Eugenia, disingannatevi; vi amo e vi stimo sopra tutte le cose di questo mondo.

FLA. (Parla in una maniera, che farebbe intenerire i sassi. Possibile ch'ella voglia essere così caparbia?) (da sé)

EUG. Se conoscete dunque il motivo delle mie inquietudini, perché non cercate la via di rendermi consolata? (a Fulgenzio)

FUL. Sì, cara, vi chiedo scusa della poca attenzione che avessi avuta per voi; cercherò in avvenire di meglio meritarmi l'affetto vostro; e spero vicino il tempo di potervi dare la più vera testimonianza dell'amor mio.

EUG. Sarebbe tempo che il mio cuor respirasse.

FLA. Abbiate giudizio. Se siete in pace, sappiateci stare.

FUL. Eugenia carissima, voi mi avete da accordare una grazia.

EUG. Non siete voi padrone di comandarmi?

FUL. Me l'avete da far con buon animo.

EUG. Se non desidero che compiacervi!

FUL. Mi avete a permettere, ch'io possa ricondurre mia cognata alla propria casa.

EUG. Se qui l'ha condotta il signor zio, perché non può egli restituirla dove l'ha presa?

FUL. Il signor Fabrizio è sdegnato; non si lascia vedere; e poi aspettasi mio fratello, e non ho piacere che trovi in casa degli sconcerti.

EUG. Sì, sì, avete ragione. Accompagnatela pure. (dissimulando)

FUL. Me lo dite di cuore?

EUG. Anzi.

FUL. Ho paura che vogliate dissimulare, e che dentro di voi non siate contenta.

FLA. Che volete voi sottilizzar d'avvantaggio? È una cosa giusta; lo conosce e l'accorda. Fate quest'atto di onestà, di dovere e poi subito tornate qui. (a Fulgenzio)

EUG. No, no, che non s'incomodi a ritornare.

FUL. La sentite, signora Flamminia?

FLA. Ho sentito tanto che basta, e non ne voglio sentire di più. (Le caccierei la testa nel muro). (da sé, e parte)

 


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