Carlo Goldoni
Gli innamorati

ATTO TERZO

Scena Nona. Fabrizio, Roberto e detta

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Scena Nona. Fabrizio, Roberto e detta

 

FAB. Cospetto di bacco! chi sono io in questa casa? Sono il padrone, o sono qualche stivale?

EUG. Con chi l'avete, signore zio?

FAB. L'ho con voi, sciocca.

EUG. Con me?

FAB. Sì, con voi. Io sono il padrone; e non ci sono in questa casa altri padroni che io; e una nipote, che dipende da me, non dee far all'amore, senza che io lo sappia; e molto meno parlare di maritarsi. Insolente!

EUG. (Or ora mi sente, con queste sue baggianate). (da sé)

ROB. Signore, non la mortificate così. (a Fabrizio)

FAB. La vede, signor Conte? Questa è la più stolida ragazza di questo mondo. Non sa che si faccia, non sa che si dica; non è buona da nulla; e parla di maritarsi.

EUG. (Non vorrei che mi tirasse a cimento). (da sé)

ROB. Ma voi, signore, me l'avete pure lodata, avete pur detto che non c'è in tutto il mondo una giovane come lei.

FAB. Mi disdico di quel che ho detto. È una sciocca, è una frasca, è un'impertinente.

EUG. Signor Conte, siccome non avrete dato fede all'elogio, spero non crederete al biasimo con cui vorrebbe discreditarmi.

ROB. Tant'è vero ch'io non lo credo, che se mai per avventura accadesser di que' casi da me previsti, non avrei alcuna difficoltà ad offerirvi la mano.

FAB. Come? Il signor Conte si degnerebbe di sposar mia nipote?

ROB. Sì, certo, e mi chiamerei felice, se avessi la sorte di conseguirla.

FAB. Ah nipote, questa sarebbe per voi una gran fortuna, e per me una gloria immortale. Il signor conte d'Otricoli, cavaliere sublime, illibato, celebre, dovizioso, rampollo illustre di eccelsi progenitori, il fiore della nobiltà, l'esempio della onoratezza, il prototipo della vera cavalleria! Felice voi, felice me, felice la nostra casa! Dice davvero? (al Conte)

ROB. Io non ho tutti i pregi dei quali mi caricate: ma vanto quello della sincerità; e ve lo dico di core.

FAB. Senta, signore, la collera fa dire delle pazzie; per altro Eugenia è un portento: fa invidia a tutte le donne, è una gioia, è un incanto. Sa di tutto, sa far di tutto, ha una mente , ha un cuor bellissimo: saggia, morigerata, obbediente. Ha tutte le buone parti immaginabili della bontà.

ROB. Credo tutto, ma ella ha il cuor prevenuto per altro amante.

FAB. Siete voi impazzita per il signor Fulgenzio, per quello stolido? per quell'ignorante? uomo vile, indegno della mia casa, spiantato, vagabondo, plebeo?

EUG. Signore, non vi ricordate voi d'averlo lodato?

FAB. Che lodare! che lodare! io non fo conto di quella sorta di gente. In casa mia non ci verrà più. E se voi ardirete d'amarlo...

EUG. Acchetatevi, che già è finita. Fulgenzio è da me licenziato.

FAB. Oh brava! Sente, signor Conte? Queste si chiamano donne. Questo è pensar giusto, pensar con prudenza.

ROB. Signora Eugenia, sarebbe per avventura venuto il caso?

EUG. (Ah, una vendetta sarebbe pure opportuna). (da sé)

FAB. Via, risolvete. In un momento potete diventare una gran dama, una gran signora, una principessa.

ROB. Non tanto, signora. Ma uno stato comodo non vi mancherà.(ad Eugenia)

EUG. (Quand'è fatta è fatta. Può essere che quell'ingrato frema, e si disperi, e si penta, quando mi avrà perduta). (da sé)

FAB. Via. Cuor mio, risolvete. (ad Eugenia)

EUG. Signore, disponete di me. (a Fabrizio)

FAB. Oh bocca d'oro! L'avete sentita? (al Conte)

ROB. Tocca a voi a terminare di consolarmi. (a Fabrizio)

FAB. Per me ve l'accordo subito, in questo momento.

ROB. (Signore, vostra nipote vale un tesoro; ma le convenienze della mia casa esigono qualche dote). (piano a Fabrizio)

FAB. (Dote!) (a Roberto, con maraviglia)

ROB. La volete maritar senza dote?

FAB. (Ho sempre a che fare con degli spiantati). (da sé)

EUG. Signore, la mia dote ci deve essere. Me l'ha lasciata mio padre, e mio zio non la può negare.

FAB. Bisogna vedere se il signor Conte la può assicurare.

EUG. Un cavalier così ricco? (a Fabrizio)

FAB. Ricco! ricco! che so io, se sia ricco?

ROB. Fareste meglio, signore, a esaltar meno le persone non conosciute, e a risparmiare gli insulti ai cavalieri onorati. Voi mi avete promesso vostra nipote; ella v'ha acconsentito. Penserò io a farmi render giustizia. (parte)

 


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