Carlo Goldoni
Le inquietudini di Zelinda

ATTO PRIMO

SCENA TREDICESIMA   L'Avvocato e detti.

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SCENA TREDICESIMA

 

L'Avvocato e detti.

 

AVV. (Oh, eccoli qui tutti due). (da sé)

LIND. Faccio umilissima riverenza al signor avvocato.

AVV. Riverisco il signor Lindoro. Servo, signora Zelinda. (entra nel mezzo)

ZEL. Serva sua divotissima.

AVV. Mi consolo con voi della vostra buona fortuna, ben dovuta al merito d'ambidue.

LIND. Vossignoria ha della bontà per noi.

ZEL. (Per me non gli voglio) dare gran confidenza. Lo conosco, gli piace troppo scherzare). (da sé)

AVV. Certo, il signor don Roberto ha reso giustizia alle qualità amabili di questa buona figliuola. (s'accosta)

ZEL. La ringrazio delle sue cortesi espressioni. (si ritira un poco)

LIND. È compito il signor avvocato. (dissimulando la pena)

AVV. Povera figlia! So la vostra nascita, so le vostre disgrazie, e sono contentissimo di vedervi ora star bene. (s'accosta ancora più)

ZEL. Obbligatissima alle sue finezze. (si ritira, ed osserva Lindoro)

LIND. (Ho promesso di non esser più geloso). (da sé, e si ritira)

ZEL. (Mi pare che Lindoro ci patisca). (da sé, consolandosi)

AVV. Figliuola mia, torno a dirvi, mi consolo del bene che v'ha lasciato il signor don Roberto, ma appunto per l'interesse ch'io prendo a vostro vantaggio, deggio avvertirvi che il testamento ha qualche difetto, che v'è qualche cosa a temere, e sono venuto espressamente per parlare con voi. (a Zelinda)

LIND. (Perché piuttosto con lei, che con me?) (da sé)

ZEL. Signore, io non ho cognizione di questi affari. Parlate con mio marito.

AVV. Parlerò a tutti due, ma siccome voi siete quella a di cui contemplazione il signor don Roberto ha lasciato questi legati... credo che il signor Lindoro non s'avrà per male ch'io abbia introdotto il discorso con voi. (a Zelinda, guardando anche Lindoro)

LIND. Oh, non signore. Mia moglie ha talento bastante, e la prego anzi di continuare il ragionamento con lei. (Guai a me s'io dicessi diversamente! Zelinda forse se ne offenderebbe). (da sé)

AVV. Sappiate dunque, Zelinda... (accostandosi a lei)

ZEL. Signore, scusatemi, io non voglio ascoltar niente senza la presenza di mio marito.

LIND. (Ecco, mi crede ancora geloso). (da sé)

AVV. Accostatevi dunque, ed ascoltate voi pure. (a Lindoro)

LIND. No, certo. Parli con lei: non ci voglio entrare. (si ritira indietro, e passeggia)

ZEL. (Mi fa una rabbia che non lo posso soffrire). (da sé)

AVV. Sappiate dunque, che il testamento corre pericolo d'esser tagliato.

ZEL. E che vuol dire tagliato?

AVV. Vuol dire d'esser dichiarato nullo, di niun valore. (Lindoro ascolta, e mostra di non voler ascoltare)

ZEL. Ma venite qui. Sentite cosa egli dice. Cosa serve che stiate ? Di chi vi volete prendere soggezione? (a Lindoro)

LIND. furba, capisce tutto). (da sé) No, no, ho qualche cosa da fare; non posso più trattenermi. Sentite voi, e poi mi riferirete. (in atto di partire)

ZEL. No, vi dico, restate, venite qui. (lo trattiene)

LIND. Ma se ho che fare, se non posso restare.

ZEL. E qual premura avete d'andarvene?

LIND. Voglio scrivere a mio padre, istruirlo della mia buona fortuna, e dargli ragguaglio di quel che passa.

ZEL. Lo farete poi, non vi è questa premura.

LIND. La posta parte da qui a mezz'ora. Scusatemi: voglio adempire a questo dovere; vado a scrivere, e poi tornerò. (Ci patisco, ma mi avvezzerò). (da sé, parte)

 

 

 


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