Carlo Goldoni
Le inquietudini di Zelinda

ATTO SECONDO

SCENA QUATTORDICESIMA   Lindoro e detti.

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SCENA QUATTORDICESIMA

 

Lindoro e detti.

 

LIND. (Entra, ma resta indietro per non mostrare curiosità)

FLAM. Quello che vi domando, Zelinda mia...

ZEL. (Ecco mio marito). (lo vede, e finge di non vederlo, e s'accosta di più a don Flaminio) Non dite altro, signore; vi replico, disponete di me. Farò tutto per voi. Sapete quanto interesse ho per voi, quanto mi preme la vostra quiete, la vostra soddisfazione, quanto vi potete compromettere della mia più tenera, della mia più grata riconoscenza. (con affettazione per dar gelosia a Lindoro)

FLAM. Ah sì, vi ringrazio di cuore... (Lindoro s'avanza un poco)

ZEL. (Mostra d'esser sconcertata alla vista di Lindoro) Ah, siete qui? siete ritornato?

LIND. Posso venire avanti?

FLAM. Avanzatevi pure. Non v'è stato segreto fra noi, e non ci può essere. Quello di cui si tratta, l'avete a sapere anche voi.

LIND. Signore, io non son curioso di sapere, e non domando che mi si dica. Conosco mia moglie, so il carattere vostro onesto e civile, e tanto mi basta. So perché m'avete parlato in tal modo, perché un tempo io era geloso, perché una volta, se avessi veduto mia moglie in colloquio con qualcheduno, sarei statobestia, ch'avrei subito sospettato; ma, grazie al cielo, sono guarito, non ho più di tal pregiudizi, e lascio mia moglie in pienissima libertà.

FLAM. Fate bene, vi lodo, e me ne consolo con voi.

ZEL. (Tutto questo vuol dire che non m'ama più, che non mi stima, che non si cura di me). (da sé)

LIND. (Oh s'ei sapesse la maledetta curiosità che mi rode!) (da sé)

FLAM. Però è necessario che voi sappiate l'affare di cui parlava a Zelinda.

LIND. Se è necessario, l'ascolterò, se non è necessario, ne farò di meno.

ZEL. (Maledettissima indifferenza) (da sé)

FLAM. Bisogna che voi e vostra moglie vi prendiate l'incomodo d'andar oggi a ventun'ora alla casa del mio avvocato, per ascoltare un progetto che può formare la quiete comune, e la mia particolare felicità.

LIND. Signore, in materia dipendente dal testamento del signor don Roberto, come tutto fu fatto a contemplazione di Zelinda, io mi rimetto in lei; quello ch'ella fa, è ben , ed ella vi può andare senza di me.

ZEL. E con chi volete ch'io vada? (a Lindoro, con sdegno)

LIND. Con chi? Sola, se volete. (dissimulando)

ZEL. Sola? (come sopra)

LIND. Oppure il signor don Flaminio favorirti di condurvi.

ZEL. Una volta non avreste detto così (ironica)

LIND. Una volta ero pazzo, ed ora non lo sono più.

ZEL. (Una volta m'amava, ed ora non m'ama più). (da sé)

LIND. (Temo ch'ella conosca, ch'io lo dica per forza). (da sé)

FLAM. Orsù, cessate di rammentare le cose passate, e consolatevi dello stato vostro presente. Dite, Lindoro, siete stato dalla signora Barbara?

LIND. Sì signore, ci sono stato. Ho fatto la commissione di cui m'avete onorato, ed in poche parole l'ho messa al fatto di tutto.

ZEL. In poche parole? (a Lindoro, affettando indifferenza)

LIND. Sì, perché non mi sono esteso...

ZEL. E che cosa avete fatto in un'ora che di qui mancate?

LIND. Non è un'ora...

ZEL. Via, in mezz'ora, ho fallato.

LIND. Vi dirò. Fabrizio m'ha incaricato di vedere la cameriera. Sapete ch'è la sua innamorata. M'ha pregato di dirle qualche cosa per parte sua.

ZEL. Ah, siete ora il segretario del signor Fabrizio.

LIND. Siamo amici... Vi pena questo? Se vi pena, non lo farò più.

ZEL. Pena? Oh figuratevi! Perché volete che ciò mi dia della pena? Mi credete forse gelosa? Voi non lo siete più, e vorreste che lo fossi io?

LIND. Dico bene: mi dispiacerebbe d'avervi attaccata la mia malattia.

ZEL. La malattia d'una volta.

LIND. Ci s'intende. Ora sono guarito.

ZEL. (Ah questa sua guarigione vuol essere la mia morte). (da sé)

LIND. (Ho il cuore attaccato, infermo, incatenato più che mai). (da sé)

FLAM. Lindoro carissimo, con licenza di vostra moglie, avrei gran bisogno che ritornaste subito dalla signora Barbara.

ZEL. E perché con licenza mia? Non è padrone d'andar dove vuole? (a don Flaminio)

LIND. È vero, ma se vi dispiacesse...

ZEL. Oh dispiacermi! perché mai dispiacermi? andate, andate, servite il signor don Flaminio. (dissimulando)

LIND. Io vi servirò volentieri, ma la signora Barbara ha gran desiderio di parlar con voi. (a don Flaminio)

FLAM. Ed io con lei; ma ora non ci posso andare, e non ci deggio andar per una ragione... L'avvocato dev'esser da lei, e s'io ci andassi, parerebbe che non mi fidassi di lui. Vi prego dunque d'andarvi per me, e prevenirla di questa visita, acciò lo riceva tranquillamente, e non si metta in alcun sospetto.

LIND. Ho inteso, vado a servirvi immediatamente.

ZEL. Vedrete probabilmente la cameriera.

LIND. Sarà facile ch'io la veda.

ZEL. Salutatela da mia parte.

LIND. Sì, lo farò volontieri. Anzi, com'ella deve sposar Fabrizio, avrò gran piacere che siate amiche.

ZEL. Che siamo amiche?

LIND. S'intende, con quella differenza che passa tra voi e lei. Oh è una buona figliuola, e non v'è dubbio che s'abusi della confidenza che le darete. Il signor don Flaminio la conosce. Non è egli vero ch'è una figliuola di garbo? (a don Flaminio)

FLAM. Sì, per dire la verità, è una ragazza di merito.

ZEL. (Ah, chi sa che costei non abbia guarito Lindoro dalla gelosia!) (da sé) Eh! ditemi. È bella questa cameriera? (a Lindoro)

FLAM. Sì, è piuttosto bella; è ben fatta, ed è estremamente graziosa.

ZEL. (Vorrebbe ch'io le fossi amica!) (da sé) È giovane? (a Lindoro)

LIND. Mi par di sì.

ZEL. Averà dello spirito. (a Lindoro)

LIND. Oh circa allo spirito poi, v'assicuro... Ecco qui il signor don Flaminio che lo può attestare; è d'una vivacità e d'una prontezza ammirabile.

ZEL. (Ecco la ragione per cui non si cura di me). (da sé)

LIND. Avrete piacer grandissimo a conoscerla, a praticarla.

ZEL. (Io praticarla? Il sangue mi si rimescola tutto). (da sé)

LIND. È poi la più brava economa che dar si possa. Ha un'abilità infinita in tutte le cose.

ZEL. Non posso più. (comincia a fremere e sentirsi male)

LIND. Vi terrà compagnia, vi divertirà...

ZEL. (Forzandosi di tener la collera, principia a tremare, a traballare, e le vengono le convulsioni)

LIND. Oimè! cos'avete? (sostenendola)

FLAM. Animo, animo. Cos'è questo? (la sostiene)

LIND. Zelinda, Zelinda. (scuotendola, ad ella continua)

FLAM. Che vuol dire quest'improvviso tremore?

LIND. Non saprei; è qualche tempo che sta poco bene.

FLAM. Che fosse gelosa della cameriera?

LIND. Oh è impossibile. Come mai può esser gelosa una donna che detesta la gelosia?

FLAM. Bisognerebbe darle qualche soccorso. Ehi, chi è di ? C'è nessuno? (sempre scuotendola)

LIND. Povero me! Se avessi qualche cosa per farla rinvenire. (sempre riscuotendola)

FLAM. Lo spirito di melissa è nella mia camera.

LIND. Anderò a prenderlo.

FLAM. Ci anderò io.

LIND. No, no, sostenetela, che farò più presto io. (parte correndo)

 

 

 


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