Carlo Goldoni
Le inquietudini di Zelinda

ATTO SECONDO

SCENA DICIASSETTESIMA   Lindoro, poi Zelinda

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SCENA DICIASSETTESIMA

 

Lindoro, poi Zelinda

 

LIND. Da che mai può essere provenuto quest'accidente? Io non credo d'averne colpa. Fo quel che posso per contentarla. Fremo in me stesso, e non lo dimostro; inghiotto il veleno, mi mordo le labbra, ed ancora non faccio niente. In verità sono disperato.

ZEL. (Viene senza dir niente, e senza veder Lindoro, va all'armadio, lo apre, cambia il fazzoletto bagnato in uno asciutto e netto; e chiude l'armadio)

LIND. (Scoprendola) Eccola qui. Zelinda. (dolcemente la chiama)

ZEL. (Non risponde, si copre gli occhi col fazzoletto, e vuol partire)

LIND. Zelinda, fermatevi per amor del cielo.

ZEL. Cosa volete da me? (sdegnosa)

LIND. Come state? Come vi sentite?

ZEL. Sto bene, mi sento bene: bene benissimo che non posso star meglio. (ironicamente e rabbiosetta)

LIND. Bevete un poco di questo spirito di melissa. (teneramente)

ZEL. No, non ne voglio. (afflitta)

LIND. Bevetene due goccioline. (come sopra)

ZEL. No, non ne ho bisogno. (afflitta)

LIND. Via, cara, fatelo per l'amor che portate al vostro caro marito, al vostro caro Lindoro, che v'ama tanto, che vi vuol tanto bene, che siete l'idolo suo, il suo bene, la sua vita.

ZEL. ( in un dirotto di pianto senza dir niente)

LIND. Oimè! Cos'è questo? Povero me! Zelinda mia, per carità, ditemi, cos'avete?

ZEL. No, ingrato, che non m'amate. (piangendo)

LIND. Oh cieli! è possibile che possiate dirlo? che possiate pensarlo? V'amo, v'adoro, siete l'anima mia.

ZEL. No, non lo posso credere, e non lo credo. (piangendo)

LIND. Ah che colpo è questo per me. Son disperato, Zelinda mia non mi crede: il mio cuor, le mie viscere, il mio tesoro. Anima mia, per carità, per pietà. (si mette in ginocchio)

ZEL. (Non so in che mondo mi sia). (agitata; e s'allontana un poco)

LIND. Ammazzami, se non mi credi. (le va dietro in ginocchio)

ZEL. Oimè! mi vien male.

LIND. (Balza in piedi) Vita mia, presto, un poco di spirito di melissa. (l'accosta alla bocca di Zelinda)

ZEL. (Beve lo spirito di melissa)

LIND. Anch'io, anch'io ne ho forse più bisogno di te. (beve anch'egli la melissa) Un altro pochino. (ne ancora a Zelinda, ed essa beve) Un altro pochino a me. (ne beve anch'egli) Ti fa bene?

ZEL. Mi par di sì. (respirano tutti due)

LIND. Ma, gioia mia, ditemi per carità cos'avete, perché quelle smanie, quei tremori, quelle convulsioni?

ZEL. Scusatemi, caro marito, tu sai più d'ogn'altro la forza dell'amore, ed il tormento della gelosia...

LIND. Ah sì, capisco benissimo il fondo delle tue smanie, delle tue lagrime, de' tuoi deliri. Sai ch'io sono stato geloso: temi ch'io lo sia ancora. Ti pare che ne sia restato qualche vestigio, ma non è vero, t'inganni, non lo sono, e non lo sarò più: e per provarti che non lo sono, va dove vuoi, va con chi vuoi, va pure dall'avvocato, sola, accompagnata, come ti piace, con chi ti pare. Io vado a far la commissione di don Flaminio. Addio, cara, a rivederci. Pensa a volermi bene, e vivi quieta sulla mia parola. Parto un poco contento, mi par di vederti rasserenata. Mai più gridori, mai più gelosie. Pace, pace, amore, e contenti. (L'abituazione di soffrire m'ha reso oramai forte e costante con gli assalti della gelosia). (da sé, parte)

 

 

 


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