Carlo Goldoni
Le inquietudini di Zelinda

ATTO TERZO

SCENA DICIASSETTESIMA   Servitore e detti, poi Zelinda

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SCENA DICIASSETTESIMA

 

Servitore e detti, poi Zelinda

 

SERV. Signore, è qui la signora Zelinda che domanda la permissione d'entrare. (all'Avvocato)

AVV. Ditele che favorisca, che non s'aspetta che lei. (servitore via)

LIND. (Cosa mai vuol dire ch'ha tardato tanto? Sarei ancora sì bestia per sospettare?) (da sé)

ZEL. (Cambiata d'abito, se può, o collo stesso abito, ma con un fazzoletto sulle spalle, ed una cuffia ed una veletta in testa, in aria modesta, cogli occhi bassi, camminando pian piano, s'avanza e fa una riverenza modesta, ma profonda)

AVV. Signora, siete arrivata a tempo; abbiamo letti gli articoli dell'aggiustamento, e finora tutti sono contenti; rileggeremo il vostro, e vedremo se vi piacerà.

ZEL. (Fa una riverenza, poi dice pateticamente) Signore, nello stato in cui mi trovo presentemente, non sono più in grado di prestar orecchio ad alcun accomodamento, ma invece di ciò, supplico il signor notaro degnarsi di leggere questa carta. (Fa una riverenza, presenta una carta al Notaro, e si ritira a parte modestamente)

AVV. Che novità è questa? Sentiamo, signor notaro.

LIND. (Oh cieli! mi trema il core). (da sé)

NOT. Io, Zelinda Merlini, moglie di Lindoro Lanezzi, vedendo che in questo mondo non vi sono per me che dei travagli e delle afflizioni, rinunzio a qualunque benefizio che possa derivarmi dal testamento del fu signor don Roberto Lampioni. Lascio che tutto conseguisca e posseda quell'ingrato di mio marito, a condizione ch'egli mi dia qualche cosa da vivere nell'onesto ritiro, ove ho risolto di terminare i miei giorni.

ZEL. (Fa una riverenza, al solito)

AVV. Ma perché questo?

FLAM. Che novità?

ELEON. Che pazzia?

LIND. Son fuori di me, non ho fiato di respirare.

ELEON. Eh via, Zelinda, svegliatevi da questa melanconia.

ZEL. (Fa una riverenza e vuol partire)

LIND. No, moglie mia, fermatevi, venite qui. (l'arresta)

ZEL. (Si volta a Lindoro pateticamente) Vi domando una grazia.

LIND. Oh Dio! son qui, comandate.

ZEL. Vi prego... Non mi disturbate. (fa una riverenza, e parte)

LIND. Signori miei, son disperato; ditemi, consigliatemi, cosa ho da fare?

AVV. V'insegnerò io quel che dovete fare. Andate a casa, fategli due carezze, e le passerà la melanconia.

LIND. Eh signore, non è tempo di barzellette. Son confuso, son fuor di me; è una disgrazia questa, che non me la sarei mai aspettata.

AVV. Ma intanto dite, signor Lindoro, siete voi contento dell'aggiustamento proposto?

LIND. Non mi parlate d'interessi, non mi parlate di aggiustamento. Mi preme mia moglie, amo la mia cara moglie. La roba la riconosco da lei, e s'ella non è contenta di me, se mi lascia, se m'abbandona, rinunzio a tutto, e non mi curo di eredità, né dei beni, né della vita. (parte)

AVV. Ecco tutta la macchina rovinata.

PAND. (La sarebbe bella, ch'ora si dovesse far una lite!) (da sé, ridendo)

FLAM. Ci mancava or quest'imbroglio.

ELEON. Potressimo sottoscrivere intanto l'articolo che spetta a me.

FLAM. Signora mia, con vostra buona licenza, l'articolo che m'interessa è quello di Zelinda e Lindoro, e per il vostro ci penseremo. (saluta, e parte)

PAND. (Oh, è rotta senz'altro). (da sé, consolandosi)

ELEON. Dunque, signor avvocato, non si farà altro.

AVV. Signora mia, me ne dispiace infinitamente, ma andate, e state quieta, che spero le cose s'accomoderanno.

PAND. S'accomoderanno? (all'Avvocato)

AVV. Io spero di sì. (a Pandolfo)

PAND. Ed io credo di no. (all'Avvocato) In ogni caso son qui per voi. Faremo lite e si vincerà (a donna Eleonora, e parte)

ELEON. E voi state qui come una statua senza dir niente? (a don Filiberto)

FIL. Cosa volete ch'io dica? Vedo che siete sfortunata, e me ne dispiace.

ELEON. Credo che siate voi che mi porta la maledizione. (parte)

FIL. Pazienza, sempre contro di me. (parte)

AVV. Andiamo, signor notaro, andiamo in casa di don Flaminio, a vedere di qual genere sia la pazzia di Zelinda, e se è possibile di guarirla. (parte col Notaro)

 

 

 


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