Carlo Goldoni
L'ippocondriaco

PARTE SECONDA

SCENA SECONDA   Ranocchio e detta.

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SCENA SECONDA

 

Ranocchio e detta.

 

RAN.

Qui giace il prestantissimo

Ranocchio infelicissimo

Che ucciso fu per suo destin maledico,

Non so ben se dal male, ovver dal medico.

Ecco il bell'epitafio

Che imprimer destinai sul mio sepolcro;

Serva ad altri d'esempio il caso mio:

Intendami chi può, che m'intend'io.

Oh destino fatale!

Dovrò morir senza consorte a lato?

Se l'ingrata Melinda

Non m'avesse tradito, avrei con lei

Finiti i giorni miei. Ma la crudele,

Che morto mi volea, no, più non voglio;

Fatt'è il divorzio, e d'ogn'amor mi spoglio.

 

MEL.

V'è nessun che abbia desio

(Di provar tormenti e doglie?)

V'è nessun che brami moglie?

(Che mestier meschino è il mio!)

RAN.

Amico, in fede mia

Voi spacciate una buona mercanzia!

MEL.

Vi piacela, signor?

RAN.

Non so che dirvi!

Mi piace, e non mi piace,

Vorrei, e non vorrei,

Ma temo di far male i fatti miei.

MEL.

(Vuò scoprir la sua mente). Io per le mani

Ho partiti eccellenti

Di donne ricche e belle,

Di giovani, di saggie e di prudenti.

RAN.

Piano, piano, di grazia.

Di prudenti? ah ah, siete pur tondo!

MEL.

Perché, perché?

RAN.

Ve ne son poche al mondo.

MEL.

E pur ne' di passati

Una ne maritai così prudente,

Che per non dar incomodo al marito

Si fa servir da un cavalier compito.

RAN.

Che prudenza gentil! Ma voi al certo

Farete gran denari.

MEL.

Oh v'ingannate;

Appena appena vivo.

RAN.

E pur si fanno

Cotanti matrimoni!

MEL.

È vero, è vero,

Ma non sono i sensali oggi in concetto.

Da certe donnicciuole

S'usurpa il nostro lucro; il modo facile

Delle conversazion, dei balli e giuochi,

Oggi con pulizia

Fa i matrimoni senza sensaria.

RAN.

Oh cosa mi narrate! Io che non pratico,

A una tal novità rimango estatico.

MEL.

Siete voi ammogliato?

RAN.

Il fui pur troppo.

MEL.

Ed or?

RAN.

Fatt'ho divorzio.

MEL.

Perché?

RAN.

Perché la mia cara consorte

Volea per carità darmi la morte.

MEL.

Dunque libero siete?

RAN.

Signor sì.

Ma sono stanco ormai di star così.

MEL.

Volete maritarvi?

RAN.

Oh se trovassi

Qualche buona occasion!

MEL.

(Fortuna, aiuto!)

La volete voi bella?

RAN.

Oibò, !

Avrei poco giudizio

A ricever in casa un precipizio.

MEL.

Dunque brutta?

RAN.

Nemmeno.

Saria troppo schifosa.

MEL.

Giovine?

RAN.

Saria vana.

MEL.

Ricca?

RAN.

No, che saria troppo orgogliosa.

 

La voglio di volto

brutto, né bello,

Ma che abbia cervello.

Né troppo vecchia,

Né troppo giovine,

Né troppo ricca,

Né troppo povera.

Già m'intendete:

Così e così.

 

MEL.

Ditemi in cortesia,

Vostra moglie chi fu?

RAN.

Certa Melinda...

MEL.

Melinda?

RAN.

signor.

MEL.

Io la conosco.

RAN.

Per verità l'amai quanto me stesso.

Mi chiamavo felice

Nella sua compagnia; già destinava

Lasciarla erede universal del mio.

MEL.

(Erede universale? ahi, che ho fatt'io?)

RAN.

Mi piaceva il suo volto,

Le sue maniere, il suo parlare...

MEL.

E poi

Così l'abbandonaste?

RAN.

Mi volea avvelenar.

MEL.

Forte ragione

Violentata l'avrà.

RAN.

No, v'ingannate.

MEL.

Vostro è l'inganno.

RAN.

Oibò.

MEL.

Dunque ascoltate:

Alla riva del fiume, ove più schiette

Corron l'acque tranquille,

Vezzeggiando coi luzzi e con l'anguille,

Oggi appunto s'udì

L'infelice Melinda a dir così:

«Dolce Ranocchio mio qual pan di zucchero,

Cor mio, fegato mio, mie care viscere,

Morirò senza te! Già il cor mi palpita,

Sento che dal dolor mi viene il vomito.

Almen queste mie lagrime

La colpa scancellassero

Che ti rese ver me qual can tricerbero ».

RAN.

Ahi mi viene il mio mal! non più, tacete.

Che sudor! che tremor!

MEL.

(Vien nella rete).

Indi così dicea: « Se Giove, o Venere,

Mi facesse rimettere

Nella grazia del mio Ranocchio amabile,

Sarei obbedientissima,

E fedel gli sarei più di Proserpina ».

RAN.

Morirò, creperò, se seguitate.

MEL.

Or quest'ultime sue voci ascoltate.

 

Ranocchio mio bellissimo,

Io non ti vedrò più.

Uh uh uh uh uh uh! (mostra di piangere)

Consorte mio carissimo,

L'idolo mio sei tu.

Se ti vedessi

Meco placato,

Idolo amato,

Giubilerei.

E non vorrei

Pianger mai più.

 

RAN.

Dove si può trovar quest'infelice?

Amico, per pietà, se lo sapete,

Additatela a me.

MEL.

Poscia trovata,

Che farete di lei?

RAN.

Vuò ripigliarla.

MEL.

Non vi credo.

RAN.

Lo giuro.

MEL.

Qual giuramento?

RAN.

Udite che scongiuro!

Se non sono a Melinda un buon marito,

Prego il cielo di perder l'appetito.

MEL.

La volete veder?

RAN.

Sarò contento

Se il ciel me la concede.

MEL.

Ecco dunque Melinda al vostro piede.

RAN.

Come?...

MEL.

Di già pentita

Del mio commesso error, vi chieggo in dono

Dalla vostra pietà grato perdono.

RAN.

Voi dunque in riva al fiume...

MEL.

Io piansi tanto

Che la luce perdei quasi degli occhi.

Mi volevo annegar; poscia pensai

Ch'era brutta la morte, e tralasciai.

RAN.

Che pensate di far?

MEL.

Sarò obbediente.

RAN.

Qualche trama novella io già prevedo.

MEL.

Vi giuro fedeltà.

RAN.

No, non ti credo.

 

MEL.

Non mi credi? oh Dio, perché?

Volta, o caro, gli occhi a me:

Son quell'io che tanto amasti.

RAN.

No; sei donna, e tanto basti.

MEL.

Dunque, crudele,

Vuoi la mia morte?

RAN.

Fosti infedele

Col tuo consorte.

MEL.

Per quei soavi amplessi,

Per quel sì dolce amore...

RAN.

(Oimè, oimè il mio core!)

MEL.

Che nostra gioia fu...

RAN.

(Oimè, non posso più!)

MEL.

Mio bel sol, non dir di no.

RAN.

(Più non resisto, no).

MEL.

Guardami almeno.

RAN.

Ti stringo al seno.

MEL.

È fatta la pace?

RAN.

E fatta, sì sì.

MEL.

} a due

Risplenda la face

Più lieta così.

RAN.

 

Fine dell'Intermezzo.


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