Carlo Goldoni
La madre amorosa

ATTO PRIMO

SCENA OTTAVA

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SCENA OTTAVA

 

Donna Aurelia e detti.

 

AUR. Con licenza di lor signori. (i servitori si ritirano)

LUCR. Riverisco la signora cognata.

AUR. Che cosa si fa di bello, signori miei?

ERM. Noi non veniamo a vedere quello che fate voi nelle vostre camere.

AUR. Non sarei venuta nelle vostre, se non vi fosse stata mia figlia.

LUCR. Vostra figlia è custodita bene dalla sorella del di lei padre.

ERM. E da me, che sono di sua zia il marito.

AUR. Benissimo, vi ringrazio entrambi dell'amore che avete per la mia figliuola. Ed il signor Florindo entra anch'egli nel numero de' suoi custodi?

FLOR. Sì signora, e giustamente, s'ella deve esser mia consorte.

AUR. Io non c'entro per nulla?

FLOR. Perdonatemi. La signora donna Lucrezia mi ha detto...

LUCR. Sì signora, io gli ho detto che tocca a me a maritar mia nipote, stando nelle mie mani la di lei dote.

AUR. Va benissimo; né io mi opporrei, se un tal matrimonio le convenisse.

FLOR. Come, signora? Pare a voi che le mie nozze la disonorino?

AUR. Signor Florindo, non credo di farvi un'ingiuria, se dico esservi dalla vostra casa alla nostra una troppo grande distanza.

ERM. Che distanza? Egli è ricco più che non siamo noi.

AUR. Laurina ha ventimila scudi di dote.

LUCR. V'ingannate, signora cognata, questa dote non vi può essere. Tutta l'eredità di mio fratello non ascende ad una tal somma.

AUR. Questa è la dote che suo padre destinata le aveva.

LUCR. Poteva prometterne anche centomila, che sarebbe stato lo stesso. Mio fratello non sapeva quello che si facesse.

AUR. Eh, signori miei, queste favole non si raccontano a me. La dote di Laurina vi ha da essere, e so dov'è fondata. Ma voi... Sì, lo dirò, voi per una soverchia avarizia...

FLOR. Signora, vi supplico di acchetarvi. La cosa si può facilmente accomodare. Volete che la vostra figliuola abbia ventimila scudi di dote? Li averà. Signor notaro, scrivete. Io le faccio ventimila scudi di contraddote.

AUR. Non vi è bisogno, signore...

LUCR. Come non vi è bisogno? Scrivete, signor notaro. Il signor Florindo le fa ventimila scudi di contraddote.

AUR. Non v'è bisogno, vi dico. Ella è dotata dal padre; e quando non lo fosse, io colla mia propria dote potrei provvederla bastantemente.

LUCR. E voi provvedetela.

ERM. Via, provvedetela voi.

AUR. Lo farò, quando le si offerirà un partito che le convenga.

FLOR. Io dunque non sono degno di averla.

AUR. No, siete ancor troppo giovane.

LUCR. L'offerta ch'ei le fa di ventimila scudi di contraddote, è una proposizione da uomo di garbo, da uomo vecchio, che merita d'essere approvata e lodata da chi che sia.

AUR. Sapete che cosa meriterebbe approvazione e lode? Se il signor Florindo desistesse dal giuoco, dalle crapule, dalla sua prodigalità sregolata; e con i ventimila scudi ch'egli ardisce offerire ad una dama di qualità, farebbe meglio pagare i debiti e le mercedi agli operari. (Florindo smania)

ERM. Che debiti? Suo padre gli ha lasciato mezzo milione.

AUR. Gli avanzi de' finanzieri arrivano poche volte alla terza generazione.

FLOR. Signora, non vi rispondo, perché siete la madre della mia sposa. Sì, donna Laurina sarà mia sposa; donna Lucrezia e don Ermanno a me l'hanno promessa, e giuro al cielo, mi farò mantenere la parola. (parte)

ERM. Fermatevi...

LUCR. Sì, ve la manterremo.

AUR. Signora cognata, dovreste aver più prudenza.

LUCR. Voi dovreste avere un poco più di giudizio.

AUR. E voi, signor notaro...

NOT. Io, illustrissima, sono stato chiamato. Fo il mio mestiere.

AUR. Io son sua madre, e vi dico che un tal contratto non si ha da fare senza di me.

NOT. Per me, si aggiustino fra loro. Il contratto è lesto, se occorre; basta che mi avvisino, ch'io verrò a stipularlo. (parte)

 

 


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