Carlo Goldoni
L'amante di sé medesimo

ATTO QUINTO

SCENA SESTA

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SCENA SESTA

 

Sala con tavolino e sedie.

 

Donna Bianca , poi il Conte.

 

BIA.

Che vuol da me l'ingrato, che mi circonda e tace?

È meglio che mi lasci, e che sen rieda in pace.

S'accosta, e poi tremante al guardo mio s'asconde:

Segno è che la coscienza lo morde e lo confonde.

Ma se pentito ei fosse dei tradimenti sui?

Sarei, s'io resistessi, più barbara di lui.

Ah, fui seco altre volte la prima a umiliarmi,

E dalla mia viltade apprese a disprezzarmi.

Non vo' guardarlo in faccia, pianger vo' a suo dispetto;

Chi non ha convenienza, non merita rispetto.

CON.

(Chi mai mi avesse detto, che avessi a sentir pene?

Ma! convien molto spendere, per comperare un bene). (da sé)

Donna Bianca. (Non sente, o non sentir s'infinge.

M'accosterò. Buon segno; di bel rossor si tinge).

Via, donna Bianca amabile, via, serenate il ciglio,

Delle mie colpe andate il pentimento è figlio.

Se recovi un trionfo nel domandar perdono,

Per voi le colpe istesse più orribili non sono.

Finor nel mar d'amore fui un corsaro audace,

Che depredando andava gioie, diletti e pace;

Ma se ogni bene unito in quel bel cuore attendo,

D'altro desio mi spoglio, e da voi sol l'attendo.

BIA.

Conte, voi vi scordaste, nel mendicar piaceri,

Che d'un bel cuor più degni son sempre i più sinceri.

L'arte non ho di fingere per allettar gli amanti,

Ma veritade ho in petto saldissima e costante.

Più di me colte e vaghe cento ne avrete, e cento;

Poche nel seno adorne di quell'ardor ch'io sento;

Puro, discreto ardore, pronto a soffrir per voi

Tutti d'amore i pesi, tutti i tormenti suoi.

Ecco l'unico peso, ch'io sofferir non vanto;

Veder l'amante ingrato, e non sfogare in pianto. (piange)

CON.

Lagrime portentose, che han la virtù possente

D'avvilirmi, di rendermi angustiato, dolente.

Eccomi a voi già reso; ecco per voi la gloria

D'aver coll'amor vostro sopra del mio vittoria.

Ma no, nell'adorarvi amo ancor più me stesso,

S'emmi ogni ben possibile nel vostro amor concesso

Vi adorerò costante: sarete mia, son vostro;

Ecco negli occhi il pianto; ecco, che il cuor vi mostro.

BIA.

Deh per pietà, signore, deh per pietà, cessate.

Nel favellartenero, ah che morir mi fate. (siede)

CON.

(Ah, non provai nel mondo gioia più grande ancora.

Son pur belle le lagrime d'un ciglio che innamora!)

Consolatemi, o cara, cessi quel dolor mio,

Finché per me l'amico sposa vi chiede al zio.

BIA.

Come, signor? Mi chiede? (alzandosi un poco)

CON.

Per me, Bianca vezzosa,

A chi di voi dispone, ora vi chiede in sposa.

BIA.

Oimè! (torna a sedere)

CON.

Non è più tempo, che trafiggete il seno.

BIA.

Deh in libertà lasciatemi di respirare almeno.

CON.

Sì, respirate, o cara; meno di voi nel petto

Non sentomi confuso fra il dolore e l'affetto. (si accosta)

Ah, mi pento, mi pento di quegli indegni ardori,

Che ad infestar mi vennero da mille e mille cuori.

Vorrei poter vantarmi d'aver nudrito in cuore

Un solo amore al mondo, ma di tutti il maggiore. (siede)

Quanto mai c'inganniamo!

 

 

 


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