Carlo Goldoni
La madre amorosa

ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

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ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

 

Camera di donna Aurelia.

 

Donna Aurelia, poi donna Laurina.

 

AUR. Florindo si avanza troppo, e Laurina mia non conosce l'inganno della sua passione. Tocca a me farglielo rilevare per quanto posso, per quanto mi fia possibile. Eccola. Voglia il cielo che la colpiscano le mie parole.

LAUR. Signora, eccomi ai vostri comandi.

AUR. Dove siete stata sinora?

LAUR. Nella mia camera.

AUR. A far che nella vostra camera?

LAUR. A piangere liberamente.

AUR. Povera figlia! voi siete afflitta; vi compatisco, e sento al vivo dentro di me medesima le vostre pene.

LAUR. Ah signora madre, voi non mi amate.

AUR. Sì, figlia, vi amo teneramente, e desidero di vedervi contenta.

LAUR. Se fosse vero, voi non mi affliggereste così.

AUR. Via, voglio consolarvi; credetemi, son pronta a farlo.

LAUR. Dite davvero, signora madre?

AUR. Sì, cara, sedete ed ascoltatemi.

LAUR. (Questa volta Florindo è mio). (da sé, e seggono)

AUR. Laurina amatissima, niuna persona di questo mondo può amarvi più della madre, e a niuno, meglio che a me, si conviene la confidenza del vostro cuore. Di me non vi siete fidata, e dall'aver operato senza il consiglio mio, sono derivati i disordini che sconcertano la nostra casa.

LAUR. Signora, il rispetto...

AUR. Sì, v'intendo: per rispetto non mi avete confidato gli arcani vostri, ma di questo rispetto vi siete poscia scordata, quando avete determinato di farvi sposa senza l'assenso mio.

LAUR. Voi continuate a rimproverarmi.

AUR. No, figlia, non vi rimprovero più. Quello ch'è stato, è stato. Parliamo adesso con libertà. Son madre al fine, e posso bene sacrificare un puntiglio, per chi sarei anche pronta di sacrificare la vita.

LAUR. Via, non mi fate piangere.

AUR. Eh figlia, ho tanto pianto per voi, che le vostre lacrime non arriveranno mai ad equivalere alle mie; ma non voglio che più si pianga. Ditemi con sincerità, con franchezza: siete voi innamorata?

LAUR. Sì, signora, lo sono.

AUR. È Florindo l'oggetto de' vostri amori?

LAUR. Non vi è bisogno che lo ripeta. Già lo sapete.

AUR. Voi mi rispondete con un poco di temerità.

LAUR. Già lo vedo: voi volete alla fine mortificarmi.

AUR. Non è vero. Voglio soffrirvi, desidero consolarvi. Ma ditemi, in grazia, quanto tempo è che voi amate il signor Florindo?

LAUR. In verità, signora, non è più di dodici giorni.

AUR. E in così poco tempo avete concepito per lui un così grande affetto?

LAUR. Eppure, signora, io l'amo teneramente.

AUR. No, Laurina, voi non l'amate.

LAUR. Volete voi saperlo meglio di me?

AUR. Sì, lo conosco meglio di voi, e lo voglio far rilevare a voi stessa.

LAUR. In che maniera?

AUR. Voi abborrite la soggezione, siete annoiata della casa paterna, bramate di figurar nel gran mondo, bramate avere uno sposo al fianco. Florindo è il primo che vi si offre; ecco l'origine, ed ecco il fine del vostro amore.

LAUR. (Tutto il sangue mi si rivolta). (da sé)

AUR. Laurina, voi arrossite.

LAUR. Io, signora? V'ingannate.

AUR. Che vi pare di questo mio vaticinio?

LAUR. Se desidero maritarmi, non fo torto a nessuno.

AUR. Fate torto alla vostra nascita col desiderare Florindo.

LAUR. Eccoci al punto. Voi non volete ch'io mi mariti.

AUR. No, anzi desidero maritarvi.

LAUR. Ma come? Non la capisco.

AUR. Vi troverò io uno sposo.

LAUR. Perché volete affaticarvi a ritrovarmi uno sposo, se l'ho bello e trovato?

AUR. Quante volte ve l'ho da ripetere? Florindo non è per voi. (alterata)

LAUR. Ecco qui il bell'amore! Mi grida, mi mortifica.

AUR. Via, se amate veramente Florindo, io medesima ve lo concedo in isposo.

LAUR. Dite davvero?

AUR. Sì, ma voglio assicurarmi che veramente lo amiate.

LAUR. E come?

AUR. Ascoltatemi. Florindo è un uomo vile, nato di genitori plebei, sollevati a qualche comodo dalla fortuna.

LAUR. Per questo...

AUR. Ascoltatemi. Suo padre lo lasciò ricco, ma in pochi anni ha egli consumata l'eredità in crapule, in dissolutezze, in giuoco, in donne.

LAUR. Non credo...

AUR. Lasciatemi terminare. Egli è pieno di debiti, e se vi sposa, e la zia vi la dote, o in pochi egli la consuma, o vi conduce a parte delle di lui miserie, a piangere seco il tristo effetto d'un amore imprudente.

LAUR. Signora, avete ancor terminato?

AUR. Vengo alla conclusione. So che voi non vorrete credere per vera la descrizione fattavi del vostro amato Florindo, ma figuratevi per un momento ch'ei fosse tale, quale ve l'ho dipinto; lo prendereste voi per marito?

LAUR. Se tale ei fosse... certamente... non lo prenderei.

AUR. Lode al cielo, voi non lo amate. (s'alza) Se lo amaste davvero, l'amore vi farebbe essere più pazza ancora che voi non siete. Ecco avverato quanto vi dissi, eccovi il vostro cuore scoperto. Voi non amate Florindo, ma in lui bramate uno sposo. Ma questo sposo che voi bramate, non amereste riceverlo dalle mani di vostra madre?

LAUR. Se voi me lo aveste proposto, non lo avrei ricusato.

AUR. E se ora vel proponessi, sareste in grado di ricusarlo?

LAUR. Il mio dovere sarebbe, ch'io mi rassegnassi al volere della mia genitrice.

AUR. Lo conoscete dunque questo dovere.

LAUR. Sì, signora: non sono mai stata disobbediente.

AUR. Se siete ragionevole, se conoscete il vostro dovere, principiate ora ad usarlo.

LAUR. Ma come, signora?

AUR. Licenziate Florindo.

LAUR. Licenziar Florindo? Vi vorrebbe una ragione per farlo.

AUR. La ragione più forte per voi sia il comando di vostra madre.

LAUR. Ciò non potrà difendermi dai rimproveri di Florindo e dagl'insulti della zia. Vi vorrebbe qualche cosa di più.

AUR. Che cosa vi suggerirebbe la vostra prudenza?

LAUR. Per esempio... un altro partito migliore di questo.

AUR. Sì, vi ho inteso. Voi volete marito. L'avrete, ve lo prometto.

LAUR. Fin che io non l'abbia, sarò sempre molestata dal signor Florindo.

AUR. Sarà mia cura far ch'ei desista d'importunarvi.

LAUR. Signora, vi prego non far rumori. Si staccherà a poco a poco. Finalmente, s'egli mi ama...

AUR. Basta così. Tocca a me a regolarvi. (alterata)

LAUR. Ah, lo vedo. Voi mi volete oppressa, mortificata, delusa.

AUR. No, cara, vi amo quanto l'anima mia. Bramo la vostra quiete, la vostra pace, la vostra sola fortuna. Ma io conosco i mezzi per conseguirla. Siete stanca di viver meco? Pazienza. Anderete a vivere con uno sposo ma per quanto egli vi ami, l'amor coniugale non potrà mai eguagliarsi all'amor materno, e nelle occasioni di qualche angustia non troverete già nel marito la tenerezza, il conforto, che vi somministra una madre. V'annoia forse la soggezione, e bramosa di libertà vi lusingate ottenerla col matrimonio? Oh figlia, quanto è più duro il legame degli sponsali di quello della filiale rassegnazione. Quanto più duri e meno ragionevoli esser sogliono i comandi di un marito indiscreto... Ma non vo' proseguire a discreditarvi uno stato al quale voi aspirate, perché non crediate ch'io voglia tiranneggiare l'arbitrio vostro. Accompagnatevi pure, che il cielo vi benedica. Ma fatelo da vostra pari. Soffrirò perdere la vostra amabile compagnia, ma non soffrirò la perdita del decoro vostro. Lasciate uno sposo ch'è indegno di voi, ed attendetene un altro che vi convenga. Io stessa vi prometto, Laurina, di procurarvelo, e vado in questo momento ad operare per voi. Sì cara, per voi che siete l'anima mia, per voi che amo più della mia vita medesima. E se queste viscere vi hanno data la vita, saprei ancora, salvo il decoro vostro, per voi andare incontro alla morte. (parte)

LAUR. In verità, che mi ha intenerita. Mi ha cavate le lacrime dal cuore. Povera madre! può essere più buona più amorosa? Mi ha promesso ella stessa di trovarmi lo sposo; e son sicura che lo ritroverà. Florindo mi piace, gli voglio bene: ma se è poi tale, come me lo ha dipinto la mia genitrice, non merita ch'io lo ami, non merita ch'io lo sposi.

 

 


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