Carlo Goldoni
La madre amorosa

ATTO TERZO

SCENA SECONDA

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SCENA SECONDA

 

Donna Laurina e detta.

 

LAUR. Signora, se mi permettete...

AUR. Avanzatevi. Che volete voi dirmi?

LAUR. Vorrei domandarvi perdono.

AUR. Di che?

AUR. Di un dispiacere ch'io vi ho dato.

AUR. Oh Dio! Laurina mia, hai tu dato la mano a Florindo?

LAUR. Non signora, ma era in punto di dargliela.

AUR. Respiro. Che mai t'induceva a procurare la tua rovina e la mia morte?

LAUR. Le parole, le lusinghe, le importunità di mia zia.

AUR. E che ti ha trattenuto sul momento di farlo?

LAUR. L'amore ed il rispetto che ho per la mia genitrice.

AUR. Oimè! posso crederlo?

LAUR. Se voi non lo credete, mi fate piangere.

AUR. No, non piangere, figliuola mia, consolami, e dimmi come il cielo ti ha illuminata.

LAUR. Non sono poi sconoscente come voi vi pensate,

AUR. Ma ti eri lasciata condurre sino a quel passo.

LAUR. Vi domando perdono.

AUR. Ti eri scordata allora della tua cara madre.

LAUR. Voi volete ch'io pianga: vi contenterò.

AUR. No, cara, rasserenati. Tu sei l'anima mia. A Florindo penserai in avvenire?

LAUR. Non ci penserò più.

AUR. Ciò basta per consolarmi. Tutti mi scordo i dispiaceri avuti finora; e ti amerò sempre più, e sarai sempre la mia adorata figliuola.

LAUR. Lo so che mi volete bene.

AUR. Ti amo quanto l'anima mia.

LAUR. Tant'è vero che voi mi volete bene, che mi avete anche promesso di maritarmi.

AUR. Sì, è vero, e ti mariterò.

LAUR. E mi avete promesso anche di farlo presto.

AUR. Tu dici di amarmi, e non vedi l'ora d'allontanarti da me.

LAUR. Quando sarò maritata, verrò ogni giorno a vedervi.

AUR. Ma perché tanta sollecitudine per accasarti?

LAUR. Per liberarmi dalle persecuzioni del signor Florindo.

AUR. Egli non ardirà importunarti...

LAUR. E per liberarmi da quelle della signora zia.

AUR. Io son tua madre; io posso di te disporre.

LAUR. Fate dunque valere la vostra autorità. Disponete di me, e maritatemi.

AUR. Lo farò.

LAUR. Ma quando?

AUR. Lo farò, quando l'opportunità mi consiglierà ch'io lo faccia.

LAUR. Ecco qui; io sarò sempre in agitazione.

AUR. Perché?

AUR. Perché, se la zia mi tormenta, son di cuor tenero, mi facilmente condurre, e non so quello che possa di me succedere.

AUR. Bell'amore che tu hai per me!

LAUR. Se non vi amassi, non parlerei così, signora.

AUR. Laurina, non ti so intendere.

LAUR. (Non lo capisce ch'io voglio marito?) (da sé)

AUR. Ti replico, che penserò a maritarti.

LAUR. (Non intende che l'indugiare m'infastidisce?) (da sé)

AUR. Tu parli da te stessa. Che pensi, Laurina mia?

LAUR. Penso che mia zia mi ha detto delle cose tante; non vorrei ch'ella mi obbligasse.

AUR. No, non ti obbligherà. Parlerò io per te. Son tua madre, solleciterò le tue nozze, lo sposo lo ritroverò quanto prima.

LAUR. Davvero?

AUR. E spero d'averlo anche trovato.

LAUR. Davvero? (ridendo)

AUR. Tu ridi, eh?

LAUR. Mi consolo, vedendo che mi volete bene davvero.

AUR. Eh, figliuola, l'amor mio tu non lo conosci. Vedrai che cosa farò per te.

LAUR. Cara la mia signora madre. Or ora mi fate piangere dall'allegrezza.

AUR. (Gioventù sconsigliata, tu piangi e ridi, ed il perché non lo sai). (da sé)

 

 


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