Carlo Goldoni
L'amante militare

L’AUTORE A CHI LEGGE

Precedente

Successivo

Link alle concordanze:  Normali In evidenza

I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio

L’AUTORE A CHI LEGGE

 

Chi fa il Poeta Comico per professione, di tutto dovrebbe essere infarinato. Arti, scienze, professioni, costumi, leggi, nazioni: tutto può essere soggetto di Commedia, o per deridere il vizio, o per esaltar la virtù, che il buono ed il cattivo di ciascheduna cosa costituisce. Io sono ignorante in tutto, e se fosse vero che di tutto sapessi un poco, sarebbe anche verissimo che niuna cosa perfettamente saprei. Nelle mie Commedie non sfuggo l’incontro di ragionare di tutto, in quella maniera ch’io farei se fossi in un caffè, in una conversazione: qualche cosa si dice per aver letto, alcuna se ne dice per averla sentita dire. Quando occorrono, non mancan libri; si dice la sua opinione, senz’obbligo di sostenerla. Circa alle passioni ognuno, poco più poco meno, le prova dentro di sé. Gli effetti di queste si vedono alla giornata. Casi ne abbiamo continuamente, accidenti nascono da commedia spessissimo. Chi pratica, chi osserva, e non è un ceppo, trova gli argomenti a bizzeffe. Io non sono stato mai militare: ho avuto un Zio paterno, che morì Colonnello e Governatore del Finale di Modena; mio Fratello servì quel Serenissimo Duca in qualità di Tenente; è mio congiunto di sangue il notissimo Capitan Visinoni in Dalmazia, ma io sono stato sempre amico delle Muse, e niente portato per quella marzial fierezza che si chiama valore.

Ciò non ostante, in varie occasioni mi son trovato di guerra, nelle quali senza rischio e senza fatica ho potuto in cotal arte erudirmi. Mi ritrovai in Milano nell’anno 1733, allora quando i Gallosardi occuparono la Lombardia Austriaca, e vidi i trinceramenti e l’attacco di quel Castello; indi passato a Crema col Veneto Residente, ora degnissimo Cancellier Grande, in qualità di suo Segretario... Fermiamoci qui, Lettor mio, per un poco, sovvenendomi ora che alcuni bei spiriti hanno disseminato non esser vero che io occupassi un tal posto. Siccome, allora quando il benignissimo Cavaliere mi accolse in Milano per la raccomandazione di una Dama mia protettrice, aveva la Corte sua completa, io non ero che una persona di più nella di lui casa. Mi appoggiò per qualche tempo una spezie di sopraintendenza all’economia, cosa contraria affatto al mio naturale, ma che ricusar non potei, per gli obblighi che avevo seco contratti. Trasportata in Crema la Residenza, è dove l’ho servito di Segretario, ed in un tempo il più calamitoso che dar si possa; in tempo di guerra viva fra ‘l bollore dell’armi, con un fascio di lettere tutti i giorni importantissime, sotto un Ministro il più accurato, il più diligente del mondo, a cui non mancavano da tutte le parti le più certe, le più sollecite, le più frequenti notizie. E mi ricordo ancora quante volte, oppresso dalla stanchezza, m’addormentai sotto degli occhi suoi colla penna in mano. Un uomo che aveva lasciato di pochi mesi Toga Forense in Venezia, in che altro di meno potea impiegarsi in Milano? Ancorché la necessità m’avesse potuto avvilire, non lo avrebbe permesso un Ministro della Repubblica, che conoscendomi bastantemente, nella propria casa mi ricevè con amore, e con generosità mi ha trattato. Chiudasi la parentesi, e torniamo a noi.

Mi trovai l’anno dopo in Parma, il giorno S. Pietro, giorno memorando della gran battaglia fra i Gallosardi e gli Alemanni, in cui perirono in un giorno venticinque mila uomini fra le due Armate. Belle occasioni furono per me queste per istruirmi nelle cose di guerra, ma per sempre più determinarmi a star da quella lontano.

Finalmente nell’anno 1740 passato a Rimini, ove trovavasi allora il Serenissimo Signor Duca di Modena, di cui ho l’onore di esser suddito per origine, e pel possedimento di pochi effetti nei di lui Stati, colà ebbi campo di conversare coMilitari, e partito un esercito, ne giunse un altro, ed osservai cose varie, cose bellissime, alcune delle quali mi hanno l’argomento della presente Commedia somministrato.

Dirà taluno di quelli che vorrebbero di me un romanzo, che facevi tu a Rimini colle Armate? Il tamburino? No, gentilissimi Signori Impostori, non ero uomo di spada, ma sempre lo fui di penna.

Il mio carissimo amico Gio. Battista Ronzoni, che era in quel tempo in Rimini nella mercatura impiegato, e indi colà fu Console per la Serenissima Repubblica di Venezia, ed ora è ritornato in questa Patria sua per consolazione de’ suoi amici, egli che mi ha conosciuto, trattato, e di favori e di benefizi colmato, può render conto di me. Sa benissimo ch’ebbi il comando dal Principe di Lobkovitz, General Comandante, di una Serenata per musica per le nozze allora seguite fra il Serenissimo Principe Carlo di Lorena e la defunta Serenissima Arciduchessa, sorella dell’Augustissima Imperatrice Regina, e ch’indi ebbi la direzione di quel Teatro per tutta l’Offizialità dell’Armata. Sa il mio caro Ronzoni, che ci godevamo allora i più bei giorni del mondo, e dico anch’io che a quartier d’inverno il più bel mestiere di tutti è il mestier del soldato.

Ma io questa volta perduto mi sono in cose fievoli e strane, senza dir nulla sopra della Commedia. Leggila, Lettor carissimo, e vedrai da te medesimo qual merito ho avuto nel farla.

Ho cercato di rimarcare, che siccome l’onore è quello che arma il fianco alle persone ben nate, così tutto devono a questo sagrificare. Che amano alcuni per bizzarria, alcuni per passion vera, ma tutti egualmente al tocco del tamburo si scordano d’ogni affetto, lasciano qualunque attacco, e corrono incontro ai pericoli per la bella immagine della Gloria.

 

 

 


Precedente

Successivo

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (VA1) - Some rights reserved by Èulogos SpA - 1996-2009. Content in this page is licensed under a Creative Commons License