Carlo Goldoni
Il medico olandese

ATTO PRIMO

SCENA SECONDA

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SCENA SECONDA

 

Monsieur Guden, poi Carolin.

 

GUD.

Che in libertà si trattino, e sien le donne illese,

Lo credo un benefizio del clima del paese.

CAR.

Oh signor, mi perdoni, veduto io non l’avea;

Che fossevi persona qua dentro io non sapea.

GUD.

Un galantuom trovate, che sa nutrire in petto

Per donna d’ogni grado la stima ed il rispetto;

E che ha delle Olandesi un’ottima opinione.

CAR.

Signor, è ben bizzarra questa dichiarazione.

Io non sono olandese, ma ovunque sono stata,

Io so che dappertutto la donna è rispettata.

GUD.

È ver, dite benissimo; anch’io son di parere,

Che un uom non si fa merito facendo il suo dovere:

Di un umor malinconico scusate i detti vani.

CAR.

Via via, non dubitate, che siete in buone mani.

Il padrone ha guarito, con i consigli suoi,

Uomini ipocondriaci assai peggio di voi.

Per dir la verità, signor uomo ammalato,

Il male fin adesso vi ha poco estenuato.

Grasso, rossetto in viso, che malattia è cotesta?

Ho paura, signore, che il mal sia nella testa.

GUD.

Non parliam del mio male, vi prego in cortesia.

CAR.

Scusi. Con sua licenza.

GUD.

Deh, non andate via,

Non mi lasciate solo, graziosa giovinetta.

CAR.

Vuol la padrona un libro. È di che mi aspetta.

GUD.

Che libro vi ha richiesto?

CAR.

Certo libro italiano

Che tratta delle Analisi, venuto da Milano.

GUD.

Han giovinette ancora le femmine olandesi

Di tai studi difficili i loro geni accesi?

CAR.

Voi vi maravigliate che la padrona mia

Inclini al dolce studio della geometria?

Stupitevi piuttosto, che con saper profondo

Prodotto abbia una donna un sì gran libro al mondo.

È italiana l’autrice, signor, non è olandese,

Donna illustre, sapiente, che onora il suo paese;

Ma se trovansi altrove scarsi i seguaci suoi,

Ammirasi il gran libro, e studiasi da noi.

GUD.

Se tal voi favellate che siete alfin servente,

Qual sarà la padrona?

CAR.

Per me non so niente.

Appresi dove sono a dir termini strani,

Appunto come parlano i pappagalli indiani:

Se a giocar, se a ballare, si usasse in questo loco

Vi parlerei del ballo, vi parlerei del gioco.

Ma usandosi da noi miglior divertimento,

Sono avvezzata anch’io parlar di quel che sento.

GUD.

Ditemi: la padrona è bella? È giovinetta?

CAR.

Nipote è del padrone, qual figlia a lui diletta.

GUD.

È giovane?

CAR.

È prudente.

GUD.

È bella?

CAR.

È virtuosa.

GUD.

Non rispondete a tuono; domando un’altra cosa.

CAR.

Della beltà vi cale, vi cal la giovinezza.

La virtù, la prudenza, vi par poca bellezza?

GUD.

Sì, egli è un tesoro, è vero, che l’intelletto appaga.

Capisco che non è né giovane, né vaga.

CAR.

Si vede ben, signore, che nella fantasia

Siete guasto alcun poco dalla melanconia.

Perché di lei vi vanto la virtù, la saggezza,

Voi la credete antica, e priva di bellezza.

Non è ver, v’ingannate. I cinque lustri ancora

Non ha compiti; e tale ha beltà, che innamora.

Se non parlai degli anni, se non parlai del volto,

È perché le virtudi si apprezzano più molto.

Ma voi siete un di quelli, sia detto in confidenza,

Che amate, a quel ch’io vedo, l’esterno e l’apparenza.

GUD.

No certo; son di quelli che amano il merto vero.

Questa padrona vostra potrà vedersi, io spero.

CAR.

Perché no? qua le donne non vivon ritirate;

Sono liberamente vedute e frequentate.

E non crediate già madama una di quelle,

Che sol parlar dilettisi di linee paralelle,

Di circoli o triangoli, di punto e proporzione;

Piace anche a lei di fare la sua conversazione.

Anzi, all’uso di Leiden, figlie di varia età

Si radunano spesso in buona società,

In casa ora di questa, or di quella signora:

Fra loro unitamente si parla, si lavora,

Ora di cose serie, or di gioconde cose,

Sempre però modeste, e sempre spiritose.

GUD.

Chi è quel che di viene? (osservando fra le scene)

CAR.

È il padron ch’è arrivato.

GUD.

Ecco la mia speranza. Il ciel sia ringraziato.

CAR.

Lasciovi in libertà; prendo il libro, e lo porto. (Va a prendere il libro nella libreria)

GUD.

Son dei mesi ch’io peno. Eccolo il mio conforto.

CAR.

Vedete quai figure? Vedete in qual impegno (mostrando il libro aperto a monsieur Guden)

Dalla sapiente donna si è posto il bell’ingegno?

Osservatelo bene. Eh, confessar bisogna,

Che fan femmine tali agli uomini vergogna.

E poi del sesso nostro si sente a mormorare!

Oh quanto, quanto meglio farebbono a studiare! (parte)

 

 

 


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