Carlo Goldoni
Il medico olandese

ATTO PRIMO

SCENA QUARTA

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SCENA QUARTA

 

Monsieur Guden, poi madama Marianna.

 

GUD.

Dunque sinor fui pazzo? dunque mi dolsi invano?

Tanto soffersi e tanto, per un principio insano?

So che la donna estinta recommi un fier dolore,

Ma non mi par la sola fonte del mio malore;

E se la cagion prima anche da lei sia sorta,

Persister dieci mesi dovrà dacch’ella è morta?

Bainer è un uomo grande, sa dir, sa consigliarmi,

Ma dirlo anche potrebbe affin di consolarmi.

Mi lascia? mi abbandona? Ah, non avrò quiete,

Se a parlar non ritorno... (correndo per la scena)

MAR.

Signor, dove correte?

GUD.

(Stelle, che volto è questo! Della mia bella estinta

Parmi vedere in esso l’immagine dipinta.

Oh fatal somiglianza, che mi risveglia in cuore

L’amara rimembranza d’un sventurato amore!)

(da sé; si ferma sorpreso, salutandola)

MAR.

Siete voi l’ammalato?

GUD.

Per mia disgrazia il sono.

MAR.

Forestier?

GUD.

Sì, madama.

MAR.

Di qual nazion?

GUD.

Pollono.

MAR.

Da regionlontana fin qua chi v’ha condutto?

GUD.

Monsieur Bainer, madama, non trovasi per tutto.

MAR.

Vi ha egli soddisfatto?

GUD.

Dirò, per dir il vero

Sembra che del mio male non prendasi pensiero.

MAR.

S’ella è così, signore, vivete in festa e in gioco.

Quand’ei non s’interessa, il mal sarà da poco.

GUD.

Ma esige un ammalato maggior compatimento.

MAR.

Che dato egli non v’abbia alcun suggerimento?

GUD.

Ecco i consigli suoi: palazzo infra i giardini,

Amicizie, cavalli, conversazion, festini.

E all’ultimo, cred’io solo per beffeggiarmi,

Giunse a lodar perfino l’idea d’innamorarmi.

MAR.

Cotai medicamenti son ben particolari;

In bocca di mio zio sono estraordinari.

Egli però degli uomini è buon conoscitore;

Vi avrà con una occhiata letto perfin nel cuore.

GUD.

Madama, ho già risolto prestar fede a’ suoi detti;

Vuò divertir lo spirito con piacevoli oggetti.

MAR.

Ite a cercar adunque ciò ch’ei vi suggerì.

GUD.

Dove potrei andare per star meglio di qui?

MAR.

Sì, è ver, sono anche i libri un bel divertimento.

GUD.

Ma di studiar per ora, madama, non mi sento.

Quel che provar può farmi lodevole il consiglio,

È l’amoroso sguardo di un sì amabile ciglio.

MAR.

Il ciglio mio, signore? Oh, conviene,

Che dello zio i consigli capiste poco bene.

GUD.

Anzi, se mi approfitto di sì felice sorte,

Medico e medicina ritrovo in queste porte.

MAR.

Qual trovar medicina sperate in questo tetto?

GUD.

Egli non disapprova un rispettoso affetto.

MAR.

Ma impiegarlo per chi?

GUD.

Per voi, se nol sdegnate.

MAR.

Caro signor Polacco, ridere voi mi fate.

GUD.

Lo so, lo so, che invano spero trovar conforto;

Meco le mie sventure, ovunque vado, io porto.

Per me le stelle ingrate son d’ogni bene avare. (agitato)

MAR.

Questo trasporto vostro è ben particolare.

GUD.

Che può sperare un uomo pieno di larve in petto?

Reso dal mal stucchevole, orribile d’aspetto? (agitato)

MAR.

Oh signor, non è vero. Frenate omai quell’ira.

Il vostro volto è tale, che riverenza ispira.

Sprezzo di voi medesimo vi porta a questo segno:

Non vi si vede in viso, di quel che dite, un segno.

GUD.

Esser può che madama co’ suoi lumi vezzosi (rasserenato)

M’abbia tratti dal volto i segni dolorosi.

MAR.

Son di guarir lo spirito arti al mio ciglio ignote.

GUD.

Ah, non so chi più vaglia, se il zio, se la nipote.

MAR.

Vi scordaste, mi pare, i suoi suggerimenti.

Propose all’uopo vostro miglior divertimenti:

Gioco, feste, giardini, moto, allegria di cuore.

GUD.

Aggiungete, madama, qualche discreto amore.

MAR.

Oh mi perdoni, in questo ei vi consiglia male.

GUD.

No, dubitar nol posso; Bainer so quanto vale.

MAR.

Bene, il paese nostro d’oggetti è provveduto:

Basterà che voi siate in Leiden conosciuto.

Non mancherà chi apprezzi del vostro cuore il dono.

GUD.

Le lettere ch’io porto, paleseran chi sono.

Non paladin del regno, non della Corte amante,

Ma giovane onorato, banchiere e negoziante.

Né di vantarmi intendo, nel dichiarar ch’io sono

Tal, che da sorte amica ebbe ricchezze in dono.

Ma che mi val al mondo l’aver comodo stato?

L’oro che può valermi, s’io son sì sfortunato?

MAR.

Or di che vi dolete?

GUD.

Mi dolgo aver sofferto

Tanti dolori e tanti, della mia vita incerto.

E allor che dal mio seno spero smarrito il tedio,

Trovar che al male mio contrasta il mio rimedio.

MAR.

Signor, non vi avrà detto il medico eccellente,

Che possa il vostro male guarirfacilmente.

Spegner non può sì presto poc’acqua un sì gran foco;

Soglion le medicine oprare a poco a poco.

Non siate uno di quelli che hanno in soffrir dispetto,

Che von con una bibita balzar fuori di letto.

Sanan le medicine sofferte e reiterate.

Via, signor ammalato, curatevi e sperate. (parte)

GUD.

Vedo, o di veder parmi, di madama il pensiero.

Sì, medica pietosa, la mia salute io spero.

Se tanto ella somiglia al bel che ho già perduto,

Di pace e di conforto il ciel mi ha provveduto.

Di Bainer mi sovviene quel paragon ch’io lodo:

Chiodo, mi disse il medico, scaccia dall’asse il chiodo.



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