Carlo Goldoni
Il Moliere

L’AUTORE A CHI LEGGE

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L’AUTORE A CHI LEGGE

 

Chi ha letto in altre edizioni questa Commedia, o l’ha veduta almeno rappresentare, ravviserà i cambiamenti che in essa ho fatti, e di alcuni mi credo in debito di dover render ragione. Cambiato ho prima di tutto il nome della figliuola della Béjart, chiamata da me per lo passato Guerrina, ed ora Isabella. La Vita di Moliere scritta da M.r Grimarest, da cui ho ricavato tutto lo storico della mia Commedia, non somministra il nome proprio di detta giovane, chiamata colà soltanto per Mademoiselle Béjart. Guerrina è nominata in un Romanzetto Francese, in cui fa ella il principal personaggio, ed ho creduto poterle anch’io appropriare lo stesso nome. Fui illuminato posteriormente da un Dizionario Comico Francese, ch’ella aveva nome Isabella, e l’ho sostituito a quel di Guerrina, non senza qualche difficoltà per la misura del verso e la necessità della rima.

Dirò con questa occasione cosa non detta nelle altre Prefazioni di questa Commedia. Dirò che tutti i Personaggi che la compongono, o sono storici, o sono per lo meno allegorici. Moliere, la Béjart, Isabella, Foresta, furono tali, quali io li dipingo, cogli stessi nomi, cogli stessi caratteri e colle medesime professioni. Valerio è lo stesso Comico Mr. Baron, valentissimo attore della Truppa Comica di Moliere, a cui ho cambiato il nome fin da principio, non suonando bene nella nostra favella, e specialmente nel verso, il di lui cognome francese. Leandro è un personaggio ad imitazione di Mr. Chapelle, che fu amicissimo di Moliere, uomo dotto e civile, ma allegro e buon bevitore, narrandosi di lui da Mr. Grimarest delle graziose avventure, prodotte dal soverchio amore pel vino. Ad esso ho parimenti cangiato il nome, sin d’allora che disegnai la Commedia; primieramente, perché la di lui condizione meritava ch’io lo coprissi agli occhi del pubblico, e poi perché in nostra lingua anche il di lui cognome suonerebbe assai male, in bocca specialmente di chi non sa pronunciare il Francese. Il Conte Lasca è un personaggio allegorico, da cui vengono rappresentati que’ Critici indiscreti, che non sapendo, o non abbadando, parlano o per astio, o per ignoranza, e tentano discreditare i poveri autori. Io l’ho chiamato altre volte il Conte Frezza, ma quantunque i cognomi sieno arbitrari, mi parve ora la parola Frezza troppo Lombarda, e l’ho cambiato nel Conte Lasca. Restami ora a ragionar di Pirlone. Ognun può ravvisare in costui il prototipo degl’impostori. Quei di Parigi si erano allarmati contro Moliere pel suo Tartuffo. Si vendicò il bravo Comico, ed ecco dipinta nella mia Commedia la sua vendetta. Farò per ultimo una riflessione, che può accrescere ai Leggitori il diletto. Il Tartuffo di Moliere è una delle sue migliori Commedie; ma il carattere di tal impostore fu trovato in Italia, da chi pressiede all’onestà dei Teatri, un poco troppo avvanzato; perciò fu sospesa la traduzione e la rappresentazione in italiano di tal Commedia. Io mi sono ingegnato di imitare il valoroso Autore francese, e far gustare il carattere dell’impostore agli Italiani, con quella moderazione che è tollerabile sulle nostre scene, onde s’abbia una qualche idea della più bell’opera del decantato Moliere. Detto quanto mi sembra bastare sulla Commedia, mi si permetta ora parlare del verso, con cui l’ho scritta. Nell’epistola dedicatoria al Sig. Marchese Maffei (ora di onorevole ricordanza) dissi come indotto mi era ad usare un tal verso, e prego il Leggitore a nuovamente rileggerla, se se ne fosse dimenticato. Meglio sarebbe stato per me, se cotal verso non fosse stato universalmente gradito. L’applauso ch’egli ebbe, m’indusse a valermene in qualche altra Commedia, e sempre più andavasi impossessando del cuore degl’Italiani. Da ciò altri si mossero ad imitarlo, e in poco tempo non si sentiva che a risuonare un tal verso per i Teatri, per le Accademie, e nelle raccolte di poesia. Previdi che si sarebbe il mondo di ciò annoiato; principiai io medesimo ad annoiarmi; pure, se volea che le mie Commedie fossero sulle scene sofferte, mi convenia, mio malgrado, seguitare la stucchevole cantilena. La seguitai per quattr’anni, ma tosto che io mi accorsi che andavansi gli Uditori stancando, ritornai alla prosa, ed ebbi il fortunato incontro di prima. Ecco dunque il perché nella mia presente edizione mi son proposto di convertire in prosa quelle Commedie alle quali conosco mal convenire il verso, e che in grazia del fanatismo pei versi, ho dovuto io medesimo sassinare. Soffranlo in pace que’ pochi che tuttavia ne fossero appassionati, e si contentino ch’io non li privi affatto di un tal piacere, lasciandone alcuna in verso, come originalmente da me fu scritta. Questa è una di quelle ch’io non ardisco tradurre in prosa, per le ragioni addotte nella suddetta epistola dedicatoria al Maffei; e benché sia la prima che io ho composta in tal metro, è forse di tutte la più tollerabile, e la meno sagrificata alla schiavitù della rima.

 

 

 


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