Carlo Goldoni
Il Moliere

ATTO PRIMO

SCENA SECONDA

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SCENA SECONDA

 

Moliere, poi Isabella.

 

MOL.

Oh bel temperamento è quello di costui!

Se il vin non l’opprimesse, meglio saria per lui.

Quanto più l’amerei, s’ei fosse men soggetto...

Ma ecco l’idolo mio, ecco il mio dolce affetto.

Il duol dal mio pensiero dileguar può ella sola;

E quando lei rimiro, sua vista mi consola.

ISAB.

Poss’io venir?

MOL.

Venite.

ISAB.

Mi treman le ginocchia.

MOL.

Perché?

ISAB.

Perché mia madre mi seguita e m’adocchia.

MOL.

Crediam ch’ella s’avveda del ben che vi vogl’io?

ISAB.

Non già del vostro affetto, ma s’avvedrà del mio.

MOL.

Perché dovrebbe accorgersi di voi più che di me?

ISAB.

Perché l’affetto vostro pari del mio non è.

Perché v’amo più molto di quel che voi mi amate,

E quanto amate meno, tanto più vi celate.

MOL.

Eh furbetta! furbetta! Che arrabbi, s’io lo credo.

ISAB.

Voi l’amor mio vedete; il vostro io non lo vedo.

Eccomi, perch’io v’amo, arrischio esser battuta;

Se foste a me venuto, qui non sarei venuta.

MOL.

Ah! quanto verrei spesso a rendermi felice,

Se sdegnar non temessi la vostra genitrice!

ISAB.

Ma se è ver che mi amate, perché darmi martello?

Levatemi di pena, e datemi l’anello.

MOL.

Cospetto! S’ella viene a rilevar tal fatto,

Va a soqquadro la casa, ci ammazza tutti a un tratto.

Ella non vuol sentir...

ISAB.

Sì, sì, non vuol sentire.

Tutto, tutto mi è noto.

MOL.

Che intendete voi dire?

ISAB.

La mia discreta madre ha delle pretensioni

Sopra del vostro cuore; ed ecco le ragioni

Per cui, quanto più v’amo, sarò più sfortunata,

Per cui sarò ben tosto schernita e abbandonata.

MOL.

Eh, può la madre vostra cangiar le voglie sue;

A lasciar sarei pazzo il vitello pel bue.

ISAB.

Il vitello pel bue? È femmina mia madre.

MOL.

Ah, ah, maliziosetta! Ah, pupillette ladre!

Vi ho amata dalle fasce, nascere vi ho veduta,

E sotto gli occhi miei siete in beltà cresciuta.

ISAB.

Nascere mi vedeste? Oh cieli, non vorrei

Che fossero vietati perciò nostri imenei.

MOL.

Ma voi rider mi fate.

ISAB.

Quel riso non mi piace.

MOL.

Sì, sarete mia sposa; su , datevi pace.

ISAB.

Ecco mia madre: oimè!

MOL.

Conviene usar qualch’arte:

Avete nelle tasche qualche comica parte?

ISAB.

Ho quella di Marianna... (Isabella cava di tasca la parte)

MOL.

Sì, sì, nell’Impostore.

Via, presto: Atto secondo. La figlia e il genitore.

(Moliere tira fuori la commedia dell’Impostore)

ISAB.

Marianna.

Signor padre. (leggendo)

MOL.

Qui vieni, ho da parlarti.

Accostati, in segreto io deggio ragionarti.

 

 

 


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